L’immagine è di uno spericolato che svolazza a bordo di una bicicletta: scanzonato indirizza una irriferibile frase in bolognese, “scende”, estrae di tasca la carta d’identità, la notaia diligente annota i dati su una quantità di moduli che firma senza saltarne uno: quanti erano i referendum per cui si raccoglievano le firme, quell’anno? Cinque, o forse otto.
Bologna, quell’angolo chiamato cantån d’inbezéll, sotto il portico che fa angolo tra Piazza Re Enzo e Via Rizzoli. Lì stazionavano perdigiorno che fischiavano e commentavano ad alta voce il passaggio delle ragazze.
L’indiavolato in bicicletta si chiama Stefano Benni, ancora ragazzo. Pubblicava su “Il Mago” e Il Foglio”, giornale che si è messo in testa d’essere contraltare al dominante “Il Resto del Carlino”. Vita effimera (pochi mesi), iniziativa di Luigi Pedrazzi ed Ermanno Gorrieri, cattolici “adulti” si direbbe oggi: si erano battuti contro l’abrogazione della legge sul divorzio con il referendum voluto da Vaticano, DC e MSI.
La Bologna dove incontri a tuo piacere, Roberto Roversi: poeta-libraio antiquario che ti ascolta sempre con attenzione, nella magica caverna della sua libreria “Palmaverde”, mentre confeziona i pacchetti che poi lui o la moglie Elena spediscono ai fedeli “corrispondenti”: preziosi e rari libri, o le raccolte di poesie auto-prodotte. La Bologna de “Il cerchio di gesso”, de “La tartana degli influssi”, di “In forma di parole”, raffinata rivista di Gianni Scalia che un miope Raul Gardini condanna a morte negando un piccolo finanziamento. La Bologna di Federico Stame, disincantato notaio che assieme ad Anna Guglielmi autentica gratis le firme dei nostri referendum, e scrive sui “Quaderni Piacentini”. La Bologna di quel pazzo di Bonvi, il geniale autore di “Sturmtruppen”… La Bologna, anche, di Nicola Matteucci, liberale doc che andrebbe meglio e più ricordato.
Bruna Pinasco, la fantastica e bella “Bibi”, la compagna di Bobo, disegnata in vignetta migliaia di volte da Sergio Staino. Bruna di Sergio è stata la compagna da sempre. lui l’adorava.
Paolo Hendel uno dei più cari amici di Sergio e Bruna, racconta che lo stato dei polmoni di Bibi non le permetteva più di respirare autonomamente: “Dopo un paio di giorni sotto morfina se n’è andata, senza accorgersene, senza soffrire. Finché c’era Sergio l’amore ha tenuto miracolosamente a bada la malattia che le covava dentro. Una volta che Sergio se n’è andato, la malattia è esplosa in tutta la sua forza”. Fino a stroncarla. Conoscerla è stato un privilegio raro.
Elegante e raffinato anche quando si concede battutacce grevi e pesanti come un uppercut di Mike Tyson, questo era Giorgio: gentile, di quella premura del tempo antico, che in lui riusciva a convivere con l’animo acre e dissacrante di un Cecco Angiolieri. Il suo “programma” riassunto nella locuzione di Orazio: “Ridentem dicere verum: quid vetat?”, “Dire la verità ridendo: cosa lo vieta?”. Vasto programma, voler dire la verità, perdipiù accompagnata da uno sberleffo… Massimo D’Alema s’inalbera per una irridente vignetta, chiede un risarcimento che anticipa le querele temerarie di oggi. Pietro Ingrao telefona infuriato, a stento lo rabboniscono: “Con questi artisti occorre aver pazienza…”; Bettino Craxi non gradisce per nulla d’essere rappresentato con stivaloni e posture alla Mussolini. Ugo Intini, sempre calmo e misurato su “L’Avanti!” lo bolla come disegnatore reazionario e qualunquista… Giovanni Spadolini e Giulio Andreotti più astuti fanno buon viso a graffiante gioco, gli chiedano anche gli originali. Molti anni fa usciva un settimanale satirico che ha fatto scuola e epoca: “Il Male”. Veniva sequestrato tutte le settimane, accusato di ogni nefandezza. Con Calogero Venezia e Gianfranco Spadaccia, accettai di assumere la direzione responsabile del giornale: decine di denunce e querele, accusati d’ogni sorta di reato. Quasi tutte archiviate o non luoghi a procedere, ma una no. Per coincidenza si tratta di una querela presentata da un magistrato romano. Quella viene ritenuta fondata, per i colleghi prima di Perugia, poi di Orvieto, da sanzionare in modo esemplare: una condanna a due anni e sei mesi di carcere, senza condizionale. Di condividere la stessa sorte di Giovannino Guareschi poteva essere un onore, ma era soprattutto una grande seccatura. Non furono in molti ad essere solidali: Oreste del Buono, Paolo Flores d’Arcais, Indro Montanelli, Giampiero Mughini, Marco Pannella, Giuseppe Rippa, Roberto Roversi, Salvatore Sechi; e lui, Giorgio Forattini. Se alla fine le porte del carcere non si spalancate, lo devo anche a lui, alla sua concreta e fattiva solidarietà. (Va.Ve.)
Impagabile compagna Radicale nel vero senso della parola, sempre disponibile al dialogo e confronto con chiunque, anche e soprattutto con chi aveva un’idea diversa dalla sua. Una persona sincera e schietta: se qualcosa non la convinceva, con ferma moderazione, te lo diceva e, nel caso, sapeva tenere il punto. Giulia ha sempre cercato di costruire ponti, abbattere muri e colmare fossati. Ciao Giulia, ci manchi moltissimo.






