Proposta Radicale 37 2026
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I luoghi della privazione della libertà personale: detenzione e suicidi.
Riflessione critica sul tema dei pazienti in cura
presso i servizi della Fondazione Villa Maraini

Voltaire, nel XVIII secolo, scriveva: «Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri». È una frase antica, ma terribilmente attuale. Perché basta entrare in un carcere per capire quanto quella misura, oggi, sia ancora profondamente insufficiente.

Noi pensiamo che il carcere non sia un luogo neutro e che non lasci mai le persone come le ha trovate. A volte arriva come una violenza improvvisa, tanti contro uno, senza giudizio e senza tempo per capire, e prima ancora di una condanna porta via lavoro, soldi, affetti, futuro. In quei momenti non perdi solo la libertà, senti che qualcuno ha spento la luce davanti a te.

Altre volte, lo stesso carcere è un luogo duro ma ordinato, con regole chiare,

con codici che impari a conoscere, a volte persino con la possibilità di lavorare e crescere. Questa contraddizione ci resta addosso: uno stesso posto può distruggere o contenere.

I luoghi della privazione della libertà personale, in particolare il carcere, rappresentano uno spazio in cui la sofferenza umana si concentra e spesso si amplifica. L’aumento del tasso di suicidi tra le persone detenute non è un evento casuale né esclusivamente legato alla fragilità individuale, ma il risultato di condizioni strutturali e sistemiche che rendono la detenzione un’esperienza profondamente disumanizzante. Il suicidio in carcere è il segnale più estremo di un fallimento collettivo dello Stato e della società nel garantire tutela, cura e dignità.

Uno dei fattori principali che contribuisce a questo fenomeno è la mancanza totale o insufficiente di assistenza sanitaria, sia psicologica che adeguata assistenza farmacologica. Molti detenuti presentano disturbi psichici, depressione, dipendenze o vissuti traumatici che, senza un adeguato supporto clinico, si aggravano drasticamente. L’assenza di percorsi di cura continui e personalizzati rende il carcere un luogo di abbandono terapeutico, in cui il disagio mentale viene ignorato o trattato come un problema disciplinare anziché sanitario.

In carcere ci sono momenti in cui ti senti morire, anche se sei ancora vivo. Non lo dici, non lo mostri, ma dentro senti che qualcosa si spezza, si rompe. Non succede tutto insieme.

Succede a pezzi, un po’ alla volta. Come una goccia che scava la pietra. Ti svegli ogni giorno nello stesso posto, con le stesse facce, con gli stessi rumori. Il tempo sembra fermo. Ma dentro, invece, tutto si muove troppo forte. Ho visto persone che non ce l’hanno fatta: corpi appesi con le corde al collo, budella di fuori, vite finite in silenzio. Gesti disperati, tentativi estremi di far smettere un dolore che non aveva più parole. Quando la sofferenza non ha più voce, allora diventa un gesto. Qualcosa che, anche solo per un attimo, faccia tacere tutto.

La pena, secondo la legge, dovrebbe essere giusta. Giusta non significa esemplare, non significa vendicativa, non significa pena di morte lenta. Significa una pena che punisce il reato, ma che non annienta la persona. Eppure, troppo spesso, il carcere diventa un luogo dove la sofferenza va ben oltre la condanna stabilita. Una sofferenza aggiuntiva, quotidiana, non scritta in nessuna sentenza.

Molti si aspettano che chi sta in carcere debba “tenere botta”, che non debba crollare. Come se essere detenuti volesse dire smettere di essere umani. Ma noi non siamo fatti di pietra. Chi è più fragile spesso viene lasciato solo, invisibile. Le false aspettative e le false speranze sul miglioramento delle condizioni dei detenuti fanno ancora più male. Ascolti la radio, guardi i telegiornali, senti parlare di riforme, di percorsi, di opportunità, e poi i giorni passano e nessuno ne parla più. E tu resti lì, a pensare che se non ce la fai allora la colpa è la tua. Intanto, dentro, crescono la rabbia e la tristezza.

I politici, nella maggior parte dei casi, non sanno minimamente cosa voglia dire stare in carcere. Parlano di numeri, di sicurezza, di decreti, ma non di corpi ammassati, di teste che scoppiano, di notti senza respiro. Servirebbe parlare di carcere in modo concreto, reale, non per creare illusioni e prendere in giro i detenuti. Perché c’è anche questo: raccontare che “si sta facendo qualcosa”, far vedere che qualcuno si occupa di loro, mentre nella realtà non cambia nulla. E molti detenuti, magari, non hanno nemmeno gli strumenti per distinguere ciò che è vero da ciò che è solo propaganda per tenerli buoni. Il sovraffollamento è una delle ferite più profonde. Celle pensate per tre persone in cui si vive in sei. Letti a castello fino al soffitto, aria che manca, spazi comuni pieni fino a diventare invivibili. Le sale sono sempre sovraccariche, rumorose, oppressive. Gli educatori, che dovrebbero essere un punto di riferimento, diventano quasi invisibili: non per colpa loro, ma perché c’è troppa gente e troppo poco tempo. Così il supporto si riduce a pochi minuti, quando va bene.

In questo contesto, anche i reati commessi all’interno del carcere aumentano. Non perché si è “cattivi”, ma perché quando non hai nulla da perdere, perdi anche la paura delle conseguenze. Tutto questo è legato alla totale assenza di motivazione: una motivazione interna che nessuno aiuta a costruire o rafforzare, e una motivazione esterna quasi inesistente. Se non hai prospettive, se nessuno investe su di te come persona, perché dovresti credere in un cambiamento?

Abbiamo imparato che a volte si sta zitti non perché va tutto bene, ma perché parlare non serve. Perché se dici che stai male, spesso la risposta è una manciata di farmaci per “tenerti buono”. Lo chiamano aiuto, ma tu ti senti solo più lento. Spento. Come se ti togliessero anche quel poco che ti resta.

Convivere con gli altri senza spazi, senza aria, senza privacy è logorante. Non hai respiro. E anche chi resiste, prima o poi, può crollare. Non per debolezza, ma per umanità. Per questo parlare di suicidio in carcere non significa raccontare una fine, ma raccontare tutto quello che viene prima: l’indifferenza, il silenzio, la solitudine, il sovraffollamento, le false promesse, l’assenza di senso. E forse, se si iniziasse davvero ad ascoltare chi è detenuto — non per dovere, ma per rispetto — qualcosa potrebbe cambiare davvero. Non per rendere il carcere un premio, ma per renderlo finalmente un luogo giusto, in uno Stato che si definisce civile.

Ma quando entri con fragilità, con dipendenze o con una sofferenza mentale, spesso resti solo. Devi arrangiarti. E quando esci non trovi un ponte tra il dentro e il fuori.

Pensiamo che i limiti possano servire, se aiutano a responsabilizzarsi e a stare con gli altri. Ma diventano violenza quando calpestano la dignità. La pena da sola non cambia nessuno. Dentro questa violenza nasce il pensiero di togliersi la vita. Non come scelta, ma come grido: stanchezza, vergogna, solitudine, mancanza di futuro, mancanza di valore.

E allora la cura può essere tutto o niente. Può reggere, oppure spezzarsi. Può aiutare solo se trova spazio vero, rispetto e umanità. Altrimenti resta un’altra promessa che cade a terra. Particolare attenzione dovrebbe essere rivolta ai detenuti che fanno uso di sostanze. Per questi soggetti, la detenzione tradizionale risulta spesso inefficace e dannosa. Offrire pene alternative accompagnate da progetti di cura e riabilitazione non solo sarebbe più coerente con i principi di tutela della salute, ma rappresenterebbe anche uno strumento concreto di prevenzione del suicidio. Punire senza curare significa condannare la persona a un doppio fallimento: giudiziario e umano.

Diversamente da questa realtà, noi stiamo affrontando un percorso terapeutico che ci offre nuove e migliori prospettive di vita, facendoci sentire meno abbandonati e soli nel peso della nostra condanna. Fin dalle prime ore della mattina iniziamo a esprimere e condividere i nostri stati d’animo, senza la paura di essere giudicati.

Questo lavoro prosegue attraverso attività di gruppo sempre più approfondite, come i gruppi di supporto, nei quali chi ne sente il bisogno può prendersi uno spazio, chiedere consiglio sia agli operatori sia agli altri utenti, con i quali si condivide il desiderio e la volontà di andare nella stessa direzione: cambiare vita e prepararsi ad affrontare il mondo esterno.

Altre attività comprendono gruppi tematici, dedicati allo sviluppo di argomenti specifici, e gruppi tecnici e dinamici, nei quali ci si organizza sia per le attività extra-quotidiane, che aiutano a prendersi e mantenere impegni e responsabilità, sia per confrontarsi sulle relazioni tra gli utenti.

Non meno importanti sono i laboratori, come l’arte-terapia, che attraverso l’espressione artistica aiutano a entrare in contatto con noi stessi e con i nostri compagni, con i quali condividiamo molte somiglianze, pur provenendo da storie diverse.

Un ulteriore elemento fondamentale è la protezione offerta da questo ambiente: a differenza del carcere, qui siamo costantemente seguiti da operatori quali psicoterapeuti, educatori ed ex utenti, che imparano a conoscerci in profondità e spesso riescono a cogliere i nostri comportamenti e cambiamenti d’umore ancora prima di noi, anche grazie all’attenzione e al supporto dei compagni.

Un altro aspetto di tutela è la scelta di non riportare in modo continuo esperienze passate non sane, per potersi concentrare sul progetto di una nuova vita dignitosa. Tutto questo contribuisce a prevenire il disagio e la solitudine, che possono sfociare in gesti estremi.

Secondo noi sarebbe necessario ricorrere maggiormente alle pene alternative

e, laddove ciò non fosse possibile, garantire un maggiore sostegno psicologico e terapeutico all’interno delle strutture carcerarie.

Un altro nodo cruciale riguarda la formazione del personale carcerario. Gli operatori penitenziari svolgono un ruolo delicatissimo, ma troppo spesso non ricevono una preparazione adeguata sul piano psicologico, relazionale e dei diritti umani. L’uso della violenza, gli abusi di potere o atteggiamenti umilianti aggravano la sofferenza dei detenuti e contribuiscono a creare un clima di paura e sfiducia. Limitare l’autonomia discrezionale delle guardie e garantire meccanismi di controllo e responsabilità è fondamentale per prevenire abusi e tutelare la vita delle persone recluse. La sofferenza nelle carceri, quindi, non appartiene solo ai detenuti. Anche le guardie penitenziarie vivono un dolore spesso invisibile, intrappolate in un sistema che le vuole forti ma non le prepara, che le espone alla rabbia, alla paura, alla frustrazione quotidiana.

Molti di loro, poco formati e lasciati soli, finiscono per scaricare la propria disperazione in abusi di potere che sono il riflesso di una ferita più profonda: la perdita dell’umanità.

In quest’ottica, è indispensabile aumentare la presenza di figure terapeutiche all’interno del carcere, come psicologi, psichiatri, educatori e assistenti sociali. Questi professionisti possono intercettare precocemente il disagio, costruire relazioni di ascolto e offrire una prospettiva di cambiamento. Il carcere non dovrebbe essere solo un luogo di custodia, ma anche uno spazio di presa in carico e di possibilità.

Un ruolo fondamentale è dato anche dalla vicinanza delle famiglie. Il mantenimento dei legami affettivi aiuta il detenuto a non sentirsi completamente solo e abbandonato. Favorire colloqui frequenti, comunicazioni agevolate e relazioni stabili significa offrire un’ancora emotiva capace di contrastare l’isolamento.

Infine, è necessario sensibilizzare la società sulla sofferenza che si vive all’interno delle carceri. L’indifferenza sociale verso chi è detenuto contribuisce a legittimare condizioni disumane e a considerare i suicidi come eventi inevitabili. Al contrario, riconoscere l’umanità di chi è privato della libertà significa assumersi la responsabilità di garantire una prospettiva futura anche a chi soffre, restituendo dignità e speranza.

In conclusione, limitare i suicidi in carcere richiede un cambiamento profondo: investire in cura, formazione, controllo, relazioni e alternative alla detenzione. Solo trasformando i luoghi della privazione della libertà in spazi di tutela e di possibilità sarà possibile prevenire tragedie annunciate e affermare,

concretamente, il valore della vita umana.

Vi chiediamo una sola cosa: non commettete il reato di spaccio di illusioni, un reato che porta ad una morte feroce e lenta.

Il documento è stato redatto a seguito di incontri sul tema tra utenti in cura presso la Fondazione Villa Maraini ETS e i loro operatori; nello specifico: Centro di Prima Accoglienza (CPA), Servizio Psicoterapeutico; Osservazione e Trattamento (SPOT); Comunità Terapeutica Semiresidenziale (CT h12), Comunità Terapeutica Residenziale con pazienti prevalentemente in alternativa al carcere (CT h24).

Il documento finale è stato letto durante il Convegno da rappresentanti dei servizi: Luca (CPA), Kristofer (SPOT), Roberto (CT h12), Alessio ed Enrico (CT h24)    

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