Proposta Radicale 38 2026
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Mafia. La verità sul dossier mafia-appalti

Mafia. La verità sul dossier mafia-appalti

Audizione dell’avvocato Fabio Trizzino

3 maggio 1992: vicino Capaci con una carica di tritolo, RDX e nitrato d’ammonio, vengono uccisi Giovanni Falcone, la moglie del magistrato, gli uomini della scorta. 19 luglio 1992: a via D’Amelio a Palermo vengono uccisi Paolo Borsellino, magistrato e fraterno amico di Falcone, e la sua scorta. Stragi mafiose, attribuibili alla cosca che faceva capo a Totò Riina. Una chiave di lettura non a caso inedita, giudiziariamente affossata, giornalisticamente trascurata, è quella raccontata in quattro libri: “M.M., in codice unico”, del generale Mario Mori; “La verità sul dossier mafia-appalti”, sempre di Mori e del colonnello Giuseppe De Donno; “Ho difeso la Repubblica. Come il processo trattativa non ha cambiato la storia d’Italia”, di Basilio Milio; “La strage. L’agenda rossa di Paolo Borsellino”, di Vincenzo Ceruso.

Chiavi di lettura che hanno trovato uno sbocco istituzionale-parlamentare. La commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia, ha ascoltato l’avvocato Fabio Trizzino, che rappresenta i tre figli di Borsellino, Fiammetta, Lucia, Manfredi e Lucia. “Proposta Radicale” ha cominciato a pubblicare gli stenografici di queste sedute, non per caso ignorate dalla grande informazione e da buona parte dei “professionisti dell’antimafia”. Quella che segue è l’ottava puntata.

Seduta di lunedì 2 ottobre 2023. Testo del resoconto stenografico

Presidente: “Avvocato, anche per dare il giusto spazio alle domande dei commissari, ci dovremmo aggiornare a un’altra seduta, per cui chiuda ora il suo intervento”.

Trizzino: “Perfetto. Qual era il contenuto che si coglieva dalle intercettazioni smagnetizzate e distrutte? È Lama che parla: «Si comprendeva piuttosto bene come all’interno delle suddette aziende (le aziende del gruppo Ferruzzi, innervate del capitale mafioso, secondo quel sistema di scambio: FINSAVI, la La.Ser. s.r.l., la Generali Impianti) si comprendeva bene come all’interno delle suddette aziende fosse noto, non si è stabilito per quali canali informativi, che vi era un’autorità giudiziaria che stava indagando sui collegamenti mafiosi all’interno del gruppo Sam e Imeg e che, dopo le ricordate pubblicazioni, sarebbe risultato chiaro che dietro tutta l’operazione vi era Buscemi Antonino. È da ricordare che, probabilmente a seguito di queste voci e delle ricordate pubblicazioni, veniva comunque evidenziata sia dalle operazioni di intercettazione sia da informazioni acquisite nell’ambito della città di Carrara, la volontà di Calcestruzzi Ravenna S.p.A. di cedere le partecipazioni azionarie alla Imeg e alla Sam e di rinunciare quindi alla concessione degli Agri Marmiferi»: cioè Gardini si preoccupa di chiudere gli affari con questi mafiosi perché è il Gardini che cerca di arrivare, il Gardini della «Milano da bere» per intenderci. La cosa strana che non si è capita è che questi sanno da qualcuno che c’è un’indagine giudiziaria in corso. Siccome le illecite divulgazioni su questa vicenda sono state tantissime, vi sottopongo questo interrogativo”.

Presidente: “La ringrazio. Credo che il conflitto d’interessi emotivo non riguardi solo lei e i figli di Borsellino, ma la comunità nazionale che in questi anni ha eretto Falcone e Borsellino a eroi. Però le considerazioni le faremo ovviamente in altra sede. Voglio ringraziare tutti, innanzitutto gli auditi per la difficoltà di riaffrontare questo viaggio terribile insieme a noi e i commissari per il tempo e l’attenzione che stanno dedicando a questa Commissione e a questa audizione; sottolineo ancora una volta, che nulla sarà tolto alle domande nel prosieguo di questa audizione: ci sarà tutto il tempo per approfondire quanto fin qui abbiamo ascoltato. Grazie e arrivederci”. 

Seguito dell’audizione di Lucia Borsellino e Fabio Trizzino, legale di Lucia, Manfredi e Fiammetta Borsellino. 

Presidente: “L’ordine del giorno reca il seguito dell’audizione di Lucia Borsellino e Fabio Trizzino, legale di Lucia Manfredi e Fiammetta Borsellino. Do la parola per le conclusioni all’avvocato Trizzino”.

Trizzino: “Grazie presidente. Mi avvio alla conclusione cercando rapidamente di fare prima un riepilogo delle cose che ho detto fin qui, per poi concludere la ricostruzione dei 57 giorni del giudice Borsellino, alla luce dei verbali della commissione del 1992 che hanno reso possibile (questo è l’oggetto fondamentale della mia relazione) spiegare a noi stessi quella frase terribile di Borsellino che definì il proprio ufficio un «covo di vipere». Vi ho detto che Borsellino rientra a Palermo il 12 luglio. Va in Germania dal 6 al 9, tra Francoforte e Mannheim. Il 10 e l’11 è a Roma, incontra il generale Subranni, ha un incontro molto fugace con il colonnello Mori. Poi Borsellino, che deve recarsi a Salerno (era stato designato padrino del figlio di un sostituto procuratore a lui molto vicino, il dottor Diego Cavaliero), chiede al generale Subranni di farsi accompagnare con l’elicottero, sorvolano la Costa Amalfitana. Canale, era con loro: dirà che quello fu uno degli ultimi momenti felici della vita di Borsellino. Quindi arriviamo a quello che è il dato fondamentale, che noi abbiamo sempre letto nei processi sulla strage di via D’Amelio: c’era stata l’archiviazione del 13 (è documentale, la richiesta è fatta da Scarpinato e Lo Forte) delle posizioni residue del procedimento legato all’annotazione del ROS, ed era confluita appunto nel fascicolo Calderone.

C’era una tempistica che ci aveva lasciato un po’ così: la richiesta è accolta il 14 agosto da parte del GIP La Commare. Per noi era un dato neutro. Sennonché, attraverso la lettura dei verbali della commissione, veniamo a sapere che il 14 luglio Borsellino partecipa a una riunione della Direzione Distrettuale voluta da Giammanco, allargata a tutti i magistrati, anche della procura ordinaria, perché con riferimento alla gestione del rapporto «mafia-appalti» – già in una fase strettamente antecedente al primo sbocco procedimentale successivo al deposito del 20 febbraio, cioè la richiesta di arresto del 25 giugno del 1992 a carico di Siino, Li Pera, Falletta, Morici e Cataldo Farinella – c’era mediaticamente una certa pressione, e tutta la questione viene risolta dalla dottoressa Gilda Loforti. Vi rimando sostanzialmente a quel provvedimento per gli approfondimenti, però devo dire che già dal primo sbocco procedimentale c’erano delle polemiche.

  Abbiamo un secondo sbocco procedimentale: l’arresto il 17 febbraio del 1992, se non ricordo male, di Vito Buscemi e Rosario Cascio; dopodiché l’indagine in qualche modo va avanti ma viene lamentata (la trovate anche nel provvedimento di archiviazione di Gilda Loforti, che nasce su un’indagine connessa a delle denunce reciproche tra Siino, De Donno e Lo Forte) già in quella sede si parla di illecita divulgazione: il rapporto del ROS di fatto non rimane segreto. Vi ho raccontato della discovery illegittima compiuta da Giammanco con l’invio del plico ad autorità politiche; poi la dottoressa Loforti lamenta un’eccessiva discovery proprio sotto il profilo delle notizie contenute nella richiesta di arresto depositata al tribunale del riesame. Secondo la dottoressa Loforti potevano omissarsi altre parti. Da questo punto di vista, se lo riterrete, posso fare un esempio con riferimento alla famosa telefonata tra Giorgio Zito e Catti De Gasperi con riferimento alla mediazione che avrebbe fatto il Li Pera per conto di Siino e altri, per spingere Catti De Gasperi a ritirare la propria offerta (l’offerta della Tor di Valle, una delle più grandi imprese nazionali indicate nel rapporto). La dottoressa Loforti lo dice in maniera larvale, facendo un’analisi e una lettura attenta dell’intercettazione completa; è evidente che qualche parte (è una mia valutazione, prendetela per quello che è) poteva al limite essere omissata.

Cosa succede nella riunione del 14 luglio, a cui partecipano come titolare delle indagini Lo Forte, e per una sorta di conoscenza del fascicolo anche Pignatone, che lascia l’inchiesta nel novembre del 1991, dopo aver fatto il 26 luglio la cosiddetta delega Sirap e una serie di invii alle procure territoriali competenti in relazione a fatti compresi anche nell’associazione? Questo è importante: nella riunione del 14 (lo dicono Patronaggio e Nico Gozzo, la dottoressa Consiglio, e il dottor Matassa, che era lì da qualche giorno), Borsellino chiede conto di carte mandate dalla procura di Marsala; carte che vengono sollecitate dalla procura di Palermo ex articolo 117 c.p.p. con riferimento al verbale di una segretaria di Nino Spezia che aveva cominciato a parlare. La lettera è trasmessa il 18 febbraio del 1992. Tra gli allegati ho proprio la richiesta e la risposta di Ingroia.

Ingroia dice: «Attenzione, la segretaria di Spezia sta parlando, siccome noi procediamo per 416 normale con riferimento a reati finalizzati alla turbativa dell’incanto di alcune gare per cui è competente il circondario di Marsala». Raccomanda: «tenete segrete queste carte il più possibile, rendetele ostensibili nei limiti del possibile per non pregiudicare le indagini per associazione semplice finalizzata alla turbativa degli incanti che noi stiamo conducendo a Marsala». Scarpinato non è presente alla riunione per motivi familiari, i genitori non stavano bene. Borsellino chiede innanzitutto a Lo Forte… Queste sono testimonianze di Patronaggio, Gozzo, della dottoressa Consiglio, ognuno ovviamente in gradazione diversa, i particolari scemano in relazione alle dichiarazioni. Molto più precisi sono Patronaggio e Gozzo. Matassa è importante perché ci dice che si parla del processo a carico di Siino.

È importante, va tenuta presente la tempistica: il 18 febbraio arrivano le carte da Marsala, il 9 marzo c’è la richiesta di rinvio a giudizio, il 17 maggio 1992 abbiamo il decreto che dispone il giudizio e la prima udienza avrebbe dovuto compiersi il 19 ottobre del 1992. Quindi Borsellino, che aveva trasmesso le carte, prende possesso definitivamente dell’ufficio della procura della Repubblica il primo marzo. Fino al 28 febbraio fa un po’ e un po’: è un piede qua e un piede là, conosce tutto quello che avviene a Marsala e tutto quello che… Per questo chiede conto e ragione di quelle carte.

Borsellino dice: «Devo andare in Germania, questa cosa poi la continuiamo, anche perché c’è un nuovo collaboratore che sta parlando». Dall’altra parte Lo Forte gli dice: «Vedremo se possiamo acquisirlo». Qui ci sono i commenti dei magistrati auditi in commissione che dicono: «Ma Borsellino era chiaro, preciso, faceva degli appunti precisi, e dall’altra parte si rispose evasivamente». Questo è un commento che fanno i magistrati nell’audizione al CSM, di cui noi fino a quando non l’abbiamo trovata non sapevamo nulla. Perché è plausibile sostanzialmente ritenere che Borsellino non fosse stato informato di quella archiviazione?

Primo: in quella riunione nessuno (ed era una riunione di magistrati, non una riunione di un quisque de populo), cita un istituto fondamentale regolato dal codice di procedura penale; dell’archiviazione nessuno ne parla. Poi arriva Ingroia al processo ‘depistaggio’, dice una cosa che dal mio punto di vista è tranciante: «Alla fine di quella riunione Paolo si rivolge ai due e dice con un tono scherzoso, con cui lui era solito dire le cose sferzanti, voi due non me la raccontate giusta». Questa è la testimonianza di Ingroia al processo ‘depistaggio’ nel 2021.

È un punto fondamentale. Io non ci sto a fare passare, in questa sede, Borsellino come uno che usa le parole tanto per… Borsellino se gli avessero detto che c’era un’archiviazione non penso che avrebbe detto a dei colleghi che comunque rispettava: «Voi non me la raccontate giusta».  Borsellino poteva dire: «È un’archiviazione allo stato degli atti, vediamo». Se dice: «Voi non me la raccontate giusta» significa che dall’altra parte non viene contemplato un istituto previsto dal codice di procedura penale.

Andiamo alla sostanza delle posizioni archiviate. L’ho detto nel corso della mia audizione: sono quelle di Buscemi e Lipari. Chi è Lipari? Ce lo dice Siino. na testimonianza quella di Siino che ci serve per capire quanto fosse importante Lipari.

Nel rapporto Lipari è oggetto di una costante attività di osservazione e pedinamento da parte del ROS, che vedono che continua a incontrarsi in viale Croce Rossa 23, dove vi erano le sedi di Bernardo Provenzano e risiedeva Gariffo, suo nipote. el rapporto i ROS mettono in evidenza questo continuo interloquire, con la differenza che non è Lipari che va a trovare Siino ma è Siino che va a trovare Lipari, stabilendo gerarchicamente quindi un rapporto ben preciso. 

Sto per concludere perché voglio lasciare spazio alle vostre domande. Chi è Lipari? Ce lo spiega Siino: «Con l’arrivo di Borsellino alla procura di Palermo è finita la pace per quel santo cristiano di Giammanco». Questo è Lipari, la cui archiviazione è fatta con tre righe il 13 luglio del 1992. Tre righe… Noi abbiamo sempre avuto la sensazione che questa archiviazione fosse stata in qualche modo velocizzata. Del resto, sappiamo che Giammanco era uno che, quando doveva chiudere, pressava. L’ho dimostrato con riferimento all’indagine della dottoressa Enza Sabatino relativa ai piani integrati del Mediterraneo. Sollecitava quando le indagini avevano delle refluenze politiche, anche.

Un’altra cosa fondamentale: Borsellino per come conosceva perfettamente lo sviluppo delle indagini relative a Pantelleria (gara della circonvallazione, sulla contrada Scauri e sulla contrada Renella) mai e poi mai avrebbe acconsentito: avrebbe voluto un approfondimento su altri tre importanti archiviati: Puccio Bulgarella, Antonino Spezia e Rosario Equizi.

Quindi sono questi indici fattuali che ci fanno ritenere plausibile il fatto che di quell’archiviazione Borsellino non fosse informato. Per noi questo è un dato fondamentale, è l’ulteriore elemento di novità assoluta che si introduce nella narrazione di quei 57 giorni. icordatevi la frase di Ingroia: «Quei due non me la raccontano giusta». 

D’altra parte, Ingroia aveva detto che già a Marsala Borsellino aveva espresso il suo giudizio circa il fatto che a Palermo stessero insabbiando quell’indagine. E la dottoressa Liliana Ferraro ci racconta che Falcone commentò l’invio del plico dicendo anche lui che quell’indagine la stavano insabbiando.

Il 15 è un giorno molto importante: il 15 è come a Roma la festa di San Pietro e Paolo, è tutto chiuso. Borsellino si reca in ufficio dopo quella riunione. Ma noi non lo sapevamo; noi sapevamo che Borsellino si reca in ufficio il 15, ci mancava la riunione del 14 quale elemento di conoscenza.

Il 15 si reca in ufficio, e Ingroia gli dice: «Paolo, ho bisogno di 10 giorni». Borsellino secondo la testimonianza di Ingroia risponde: «Proprio ora che se ne vanno in ferie e noi dobbiamo lavorare tu mi vieni a dire che te ne vai in ferie? Vattene in ferie, vattene in ferie». Lo tratta male. Di questo Ingroia dà un ampio resoconto.

Poi il 15 si pone la famosa confidenza sul generale Subranni. Sulla scorta di tutto quello che ho detto, vi invito a leggere le dichiarazioni rese da Agnese Borsellino il 18 agosto del 2009. Sono due.

Secondo il mio criterio epistemologico, con cui vi ho detto che vi metto davanti tutte le versioni, devo dire che la versione del 2010 è molto più stringata, mancano i particolari che sono contenuti nel verbale.

È la procura distrettuale di Caltanissetta che interroga la signora Agnese. Caltanissetta deve capire se l’accelerazione è in qualche modo connessa alla cosiddetta trattativa Stato-mafia; quindi, è giusto che la procura di Caltanissetta abbia solcato quest’altra possibilità. A domanda risponde: «Circa i rapporti tra mio marito e il generale Subranni di cui mi chiedono le Signorie loro, posso dire che Paolo ebbe modo di conoscerlo quando lo stesso era comandante della Legione Sicilia ed ebbe occasione di frequentarlo sporadicamente. I rapporti tra i due erano quindi solo di tipo professionale». «Prendo atto che le Signorie Loro mi rappresentano che la dottoressa Alessandra Camassa e il dottor Massimo Russo hanno riferito di essere stati testimoni di uno sfogo di Paolo, il quale piangendo disse di essere stato tradito da un amico. Ignoro a chi si riferisse mio marito e pertanto non posso affermare che si trattasse del generale Subranni, tuttavia ricordo un episodio che all’epoca mi colpì moltissimo e del quale finora non ho mai parlato nel timore di recare pregiudizio all’immagine dell’Arma dei Carabinieri, alla quale mi legano rapporti di stima e ammirazione. Mi riferisco a una vicenda...».

Tutto questo nel verbale del 2010 non c’è. Non c’è, è tutto molto stringato. «Mi riferisco a una vicenda che ebbe luogo mercoledì 15 luglio 1992, – questo nel verbale 2010 non c’è, la contestualizzazione temporale non c’è nel 2010 – ricordo la data perché come si evince dalla copia fotostatica dell’agenda grigia che le Signorie Loro mostrano il giorno 16 luglio mio marito si recò a Roma per motivi di lavoro» – è andato a sentire come sapete Mutolo – «e ho memoria del fatto che la vicenda in questione si colloca proprio il giorno prima di tale partenza…Mi trovavo a casa con mio marito verso sera, alle ore 19, e conversando con lo stesso nel balcone della nostra abitazione notai Paolo sconvolto. Nell’occasione mi disse testualmente: ho visto la mafia in diretta, perché mi hanno detto che il generale Subranni è “punciutu”. Non chiesi tuttavia a Paolo da chi avesse ricevuto tale confidenza, anche se non potei fare a meno di rammentare che in quei giorni egli stava sentendo i collaboratori Mutolo, Leonardo Messina e Gioacchino Schembri».

Quindi come vedete questa è la dichiarazione netta e semplice della signora Agnese Borsellino. Sta a voi fare la ricostruzione sintattica della frase: «ho visto la mafia in diretta perché»; quel perché è fondamentale a nostro giudizio. Ora le vostre domande perché non voglio togliere altro spazio. 

Saverio Congedo: “Volevamo sapere il significato del termine punciutu”.

Trizzino: “Non semplicemente affiliato, perché esistevano anche gli affiliati riservati. Qui si va oltre, contravvenendo alle regole elementari di cosa nostra, per cui uno sbirro o chi è comunque vicino alle forze di polizia o di qualunque tipo non potrebbe mai essere «punciutu»”.

Presidente: “So che anche la dottoressa Lucia Borsellino vuole fare delle conclusioni e quindi le lascio la parola prima delle domande dei commissari”. 

Lucia Borsellino: “Grazie presidente. Sarò breve, solo qualche considerazione che voglio consegnare a questa Commissione anche da parte dei miei fratelli Manfredi e Fiammetta, in aggiunta a quanto è stato ampiamente riferito dall’avvocato Trizzino. on volendo rievocare dalla memoria in questa sede anche altri momenti che affondano nella nostra sfera più intima e quindi anche più dolorosi, non manchiamo però tuttavia di sottolineare ancora una volta come qualunque ricostruzione dei fatti non possa prescindere da riscontri documentali, testimonianze qualificate raccolte con assoluto rigore metodologico.

È passato troppo tempo dalla strage del 1992, ben trentuno anni, per cui non siamo più disposti ad accettare verità che non rispondono a questo rigore. Tutto ciò tenendo conto che una ricostruzione anche solo sul piano storico delle vicende che hanno caratterizzato prima e dopo la strage di via D’Amelio sconta degli ostacoli che a nostro avviso per il tempo trascorso sono divenuti ormai insormontabili, spero di essere smentita in questo. Il primo ostacolo è il buio istituzionale che avvolge la vicenda della sottrazione dell’agenda rossa dalla borsa di mio padre che aveva con sé il giorno in cui la strage è stata compiuta, sottrazione della quale naturalmente risentono le indagini perché sarebbe stata una fonte inoppugnabile di informazioni che ci avrebbe consentito di colmare (penso di ritenere) tutti i tasselli mancanti di questa storia.

Peraltro, non ci è dato sapere come mai non fu fatto nell’immediato del dopo strage l’esame del DNA sulla borsa di nostro padre, tenuto conto che l’esplosione comunque non l’aveva distrutta e l’aveva mantenuta integra, sebbene un po’ ammaccata da qualche parte e bruciacchiata. Tra l’altro mi risulta che per la strage di Capaci questo esame venne fatto. Constato che solo dopo vent’anni sono stati fatti prelievi salivari a me, ai miei fratelli e a mia madre per eseguire questo esame, ma voi sapete bene che dopo vent’anni questo esame è assolutamente inattendibile. Tra l’altro non abbiamo avuto neanche un esito, per quanto questo non fosse attendibile.

Un altro aspetto che abbiamo constatato in tutti questi anni è il silenzio e i ‘non ricordo’ di molti uomini delle istituzioni, che non ci hanno consentito di risalire ai veri responsabili del depistaggio. Perché voglio ricordare che la sottrazione dell’agenda rossa è il primo tassello di quel gravissimo depistaggio che ne ha coinvolto le indagini già il giorno stesso della strage. Questi silenzi non hanno aiutato gli apparati investigativi a risalire alla verità ma ancor più ai responsabili del depistaggio stesso, nonché ai mandanti ancora occulti e ai corresponsabili morali della strage di via D’Amelio.

L’enorme tempo trascorso inoltre è stato reso ancora più infruttuoso da un altro aspetto che è sotto gli occhi di tutti: c’è stato un assoluto mancato coordinamento tra le procure di Palermo e Caltanissetta. Penso per esempio alla gestione del falso pentito Vincenzo Scarantino, con esiti giudiziari che in taluni casi sono stati antitetici se non addirittura contrastanti tra le due procure. La mancata citazione come persona informata sui fatti del procuratore Giammanco della procura di Palermo, oggi deceduto. Lo abbiamo detto più volte, non si poteva prescindere da una testimonianza così importante da parte del capo dell’ufficio.

Questa è una scoperta più recente, abbiamo subìto un’altra sottrazione, quella delle chiamate in entrata del traffico telefonico del cellulare dell’utenza mobile in uso a mio padre (altra fonte informativa preziosissima della quale se volete approfondiremo dopo), che ci avrebbe consentito di risalire alla rete di contatti che mio padre aveva tenuto fino all’ultimo giorno della sua vita. Ma ancor più avrebbe potuto forse consentire di decifrare o, meglio, comprendere, le confidenze che lui aveva reso oltre che a mia madre a pochi altri in quel periodo. E, non ultimo per importanza, ci avrebbe consentito di arrivare a quei livelli istituzionali presso cui va ricercata la responsabilità di azioni e omissioni in questa vicenda. Un dato è certo, quello che ci è stato consegnato in tutti questi anni in cui abbiamo assistito allo svolgersi di svariate vicende processuali con sentenze passate in giudicato attraverso i tre gradi di giudizio, è, per dirla con le parole di mia sorella Fiammetta, la verità della menzogna, perché non abbiamo trovato altre frasi per appellare il depistaggio che è stato consumato sulla strage di via D’Amelio.

Nonostante tutto, e questo ci tengo a sottolinearlo, il nostro rispetto e la nostra fiducia nei confronti della magistratura e degli apparati investigativi e delle istituzioni nel loro complesso è stata assolutamente massima e non è mai venuta meno. Noi siamo cresciuti a pane e istituzioni, noi siamo figli di un magistrato, siamo nipoti di un magistrato, la magistratura è stata la nostra casa. Non potevamo venir meno a quello che è stato il principio guida che ha formato la nostra vita. Però, guardate, dopo tanto tempo – e questa fiducia spiega anche perché abbiamo atteso tanto tempo – non possiamo vederci negato come figli di un magistrato che è morto nell’adempimento del proprio dovere il diritto di porci e di porre domande, nonché di vederci chiaro dopo trentun anni di composto riserbo in cui c’è stata consegnata appunto la verità della menzogna o, meglio, una mancata verità.

In questo momento non posso che rivolgere il mio pensiero e la totale riconoscenza mia e della mia famiglia, nei confronti di tutti quegli uomini dello Stato (magistrati, forze dell’ordine, apparati investigativi) che invece hanno continuato a lavorare silenziosamente sulla ricerca della verità, quella autentica. Ma non posso non pensare a tutti quegli uomini e donne dello Stato e della società civile, che proprio in nome della lotta alla mafia hanno sacrificato la loro vita, come soldati di un esercito silenzioso che ha lavorato combattendo una guerra a mani nude. Perché la differenza, rispetto a quanto è accaduto in passato, è che quei soldati combattevano a mani nude.

I fatti che abbiamo rassegnato in queste audizioni sono fatti già noti agli addetti ai lavori, non vorrei svilire quanto abbiamo fatto in queste audizioni ma vi assicuro che non vi è un elemento, tra quelli che sono stati rassegnati, che non fosse già noto agli addetti ai lavori. o stupore di questi giorni che le nostre dichiarazioni hanno suscitato ritengo debba verosimilmente attribuirsi al fatto che non vi sia stata probabilmente una rappresentazione organica di questi fatti anche in relazione al contesto in cui sono maturati. Ma, poiché si tratta di fatti documentati, noi ci augureremmo di essere clamorosamente smentiti, solo per il dolore che alcuni di questi fatti ci procurano. Noi ci augureremmo di essere smentiti. Ma non ci possono essere fatti documentati che possano essere neutralizzati se non da altri fatti che abbiano un medesimo o addirittura superiore sostegno documentale. A questo noi teniamo particolarmente, perché non siamo più nelle condizioni, non c’è più tempo, per potere accogliere ricostruzioni o accertamenti di verità che non siano adeguatamente supportate, perché non possiamo più tollerare, oltre a furti di verità anche furti di memoria. È unicamente con questo spirito che noi vorremmo che il nostro intervento in questa sede venisse inteso. Grazie.

8) Segue. Le altre sette puntate dell’audizione su “Proposta Radicale” n.18, 19-20, 21.22, 24-25, 26-27, 28-29,

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