di Giovanni Battista de Blasis
Per quasi quarant’anni Marco Pannella è entrato negli istituti, parlava con i detenuti e ascoltava chi indossava l’uniforme. Di politici nelle carceri ne abbiamo visti tanti. Ministri, sottosegretari, parlamentari, presidenti di commissione. Alcuni sono venuti quando c’era un’emergenza, altri dopo una rivolta, altri ancora quando telecamere e giornalisti rendevano conveniente esserci. Poi i cancelli si sono richiusi e, molto spesso, anche l’interesse per il carcere è rimasto dall’altra parte. Marco Pannella era diverso. Per quanto mi riguarda, è stato probabilmente il solo grande personaggio della politica italiana che abbia dimostrato una vicinanza autentica, continua e profondamente umana al mondo penitenziario nel suo insieme. Non soltanto ai detenuti, come qualche lettura superficiale delle sue battaglie potrebbe far credere, ma anche a coloro che in carcere lavoravano e soffrivano: poliziotti penitenziari, direttori, educatori, cappellani, volontari e tutti gli altri operatori.
Pannella aveva capito una cosa semplice che ancora oggi, dopo mezzo secolo, qualcuno sembra faticare a comprendere: quando il carcere non funziona, soffre chi è detenuto ma soffre anche chi deve custodirlo. Lui li chiamava “detenuti e detenenti”. Due parole che racchiudevano una filosofia intera. La storia comincia nell’estate del 1976, quando Marco Pannella viene eletto alla Camera insieme agli altri parlamentari radicali. Pannella pretende che si studino fino in fondo le prerogative riconosciute ai parlamentari e tra queste c’è la possibilità di visitare gli istituti penitenziari. Da quel momento il carcere entra stabilmente nella sua agenda politica.
Non come una parentesi, una passerella o una fotografia buona soltanto per finire sui giornali il giorno dopo. Pannella visita gli istituti, percorre le sezioni, entra nelle celle, parla con i detenuti, ascolta le loro storie e le loro proteste. Ma soprattutto parla anche con il personale. Nel 1993, durante una visita a San Vittore, ricordava pubblicamente di avere visitato regolarmente le carceri insieme ai radicali fin dal 1976. Dopo quasi vent’anni poteva ormai confrontare istituti, condizioni detentive e trasformazioni del sistema sulla base di ciò che aveva visto personalmente. Non aveva imparato il carcere leggendo una relazione ministeriale.
Lo aveva consumato con le scarpe, corridoio dopo corridoio, cancello dopo cancello. E continuerà a farlo ancora per decenni. C’è un particolare che dice molto più di tanti discorsi. Natale, Capodanno, Pasqua, Ferragosto. Le giornate nelle quali la politica normalmente scompare e nelle quali il carcere diventa ancora più carcere, perché fuori ci sono famiglie riunite, tavole apparecchiate, vacanze e città semivuote. Pannella sceglieva spesso proprio quei giorni per entrare negli istituti. Il Ferragosto in carcere divenne negli anni una vera tradizione radicale.
Nel 2010 era a Regina Coeli. Nell’agosto 2012 annunciava la visita al carcere di Teramo e ricordava come quell’abitudine risalisse alla sua prima elezione parlamentare. Nel 2013 sarebbe tornato ancora a Teramo e a Regina Coeli. A Natale del 2014 visitò le carceri romane e poi Sollicciano. Non erano visite simboliche di mezz’ora. Erano permanenze lunghe, colloqui, discussioni, ascolto. E soprattutto Pannella continuava a rivolgersi alla comunità penitenziaria nel suo complesso. Nel marzo 2012, parlando delle iniziative radicali sulla situazione delle carceri, rivolse esplicitamente il suo appello alle famiglie della Polizia Penitenziaria, alle famiglie dei detenuti, al volontariato e a chi lavorava nell’Amministrazione penitenziaria.
Questo particolare, per noi, conta moltissimo. Pannella non aveva una visione del carcere costruita sulla comoda contrapposizione tra il detenuto da difendere e il poliziotto da accusare. Aveva compreso che dentro un sistema penitenziario sovraffollato, degradato e spesso lontano dalla legalità il personale e i detenuti finiscono per subire, naturalmente in condizioni e con responsabilità completamente diverse, le conseguenze delle medesime disfunzioni.
Era una posizione tutt’altro che scontata. Ancora nel dicembre 2014, parlando delle visite natalizie, sottolineava l’importanza del tempo trascorso e condiviso con la Polizia Penitenziaria. E quando, dopo la sua morte, i radicali tornarono a Regina Coeli nel Natale 2016, Rita Bernardini ricordò proprio l’emozione suscitata dalla memoria di Pannella non soltanto tra i detenuti, ma anche tra il personale della Polizia Penitenziaria. Ecco perché noi possiamo ricordarlo senza alcuna difficoltà. Potevamo non condividere tutte le sue battaglie. Potevamo essere lontanissimi da alcune sue proposte sull’amnistia, sull’indulto o sulla politica della giustizia.
Ma era impossibile non riconoscergli una qualità ormai rarissima: conosceva ciò di cui parlava. E soprattutto ascoltava. Io ho avuto anche la fortuna di conoscerlo personalmente. Era il novembre del 2012, in occasione del congresso nazionale dell’ANPPe al Park Hotel Blanc et Noir di Roma. Pannella partecipò ai nostri lavori e quella presenza ci consentì di vedere da vicino l’uomo che per decenni avevamo conosciuto attraverso la televisione, i giornali e Radio Radicale. Ci colpì la sua vicinanza. Ci colpì la sua disponibilità. Ma soprattutto ci colpirono la bontà d’animo e una modestia quasi sorprendente in un personaggio che, da decenni, occupava stabilmente la scena politica e mediatica italiana.
Pannella arrivò senza cortei di automobili, lampeggianti o uomini della sicurezza a fargli largo, perché non aveva né autista né scorta. Venne al nostro congresso accompagnato da uno di noi e, allo stesso modo, quando se ne andò solo dopo la fine dei lavori, uno di noi lo accompagnò via. Una cosa semplicissima. Eppure, proprio quella semplicità mi è rimasta impressa. Perché parliamo di Marco Pannella, uno dei personaggi politici italiani più conosciuti e sovraesposti del secondo Novecento, protagonista di battaglie durissime, manifestazioni, referendum, scioperi della fame e della sete, contestazioni e scontri politici. Avrebbe potuto circondarsi di persone, auto e protezioni. Non lo faceva. Non era neppure una posa.
Nel corso della sua lunghissima attività pubblica Pannella conobbe contestazioni, momenti di tensione, spintoni e aggressioni durante manifestazioni e iniziative politiche. Eppure, non risulta essere mai stato vittima di attentati terroristici. Lo raccontò lui stesso, con parole impressionanti, davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo. Alla domanda se avesse mai subito attentati rispose semplicemente: “No”. E spiegò anche di avere sempre rifiutato la scorta e di avere detto per anni, perfino attraverso Radio Radicale, che non voleva polizia sotto casa. Rivendicava pubblicamente la scelta di muoversi liberamente, affidandosi alla strada e al rapporto diretto con le persone. Era una scelta coerente con la sua idea della nonviolenza.
Naturalmente erano altri tempi e altri contesti. Ma quel comportamento raccontava molto dell’uomo. Pannella voleva stare tra la gente, non dietro la gente. Forse è anche per questo che riusciva a entrare in carcere senza quella barriera invisibile che spesso accompagna il potente quando visita una sezione detentiva. Questa, alla fine, è la differenza che mi è rimasta più impressa. Marco Pannella entrava in carcere per vedere, non per farsi vedere.
Ascoltava il detenuto che protestava per la propria condizione, ma poi ascoltava anche il poliziotto che doveva lavorare in quella stessa sezione. Parlava con il direttore, con il cappellano, con il volontario. Cercava di capire il carcere come organismo intero. Per questo la sua definizione di “detenuti e detenenti” conserva ancora oggi una straordinaria forza. Pannella aveva intuito che le carceri non possono essere raccontate dividendo il mondo in buoni e cattivi, guardie e ladri, vittime e carnefici. Quando un istituto è sovraffollato, quando mancano gli organici, quando gli ambienti sono degradati, quando lo Stato non garantisce condizioni dignitose e sicurezza operativa, le conseguenze attraversano i cancelli e investono tutti. Naturalmente con ruoli, diritti, doveri e responsabilità differenti.
Ma il carcere resta uno. Ed è precisamente ciò che noi della Polizia Penitenziaria diciamo da anni: un carcere più legale e più dignitoso per i detenuti è anche un carcere più sicuro e più vivibile per chi ci lavora. Non c’è contraddizione. Oggi capita spesso che la politica torni a occuparsi delle carceri quando scoppia una rivolta, quando avviene un’evasione, quando muore qualcuno, quando le aggressioni aumentano o quando i numeri del sovraffollamento diventano talmente grandi da non poter più essere nascosti. Pannella faceva esattamente il contrario.
Andava in carcere quando il carcere non faceva notizia. Ci andava d’estate e a Natale, quando era parlamentare, e cercò di continuare a farlo anche dopo aver lasciato il Parlamento. Trasformò quella frequentazione in una delle costanti della sua vita politica. Possiamo discutere ancora oggi delle sue proposte. Possiamo dissentire dall’amnistia generalizzata, dall’indulto o da tante battaglie radicali. Sarebbe perfino sbagliato trasformare Pannella in un santino, perché probabilmente sarebbe stato il primo a strapparlo. Ma su una cosa credo sia difficile discutere. Marco Pannella il carcere lo conosceva. Lo conosceva perché ci entrava.
Lo conosceva perché ascoltava. E, soprattutto, aveva compreso che dietro quelle mura non esistono soltanto i detenuti. Esistono anche migliaia di donne e uomini in uniforme che trascorrono lì dentro una parte enorme della propria vita, spesso lavorando nei giorni nei quali il resto del Paese festeggia. Noi lo incontrammo nel novembre del 2012 e vedemmo da vicino proprio questo Marco Pannella: famoso ma semplice, battagliero ma disponibile, ingombrante sulla scena pubblica e sorprendentemente modesto nei rapporti personali.
Uno che arrivò al nostro congresso senza autista e senza scorta, accompagnato da uno di noi. A distanza di tanti anni, mentre il carcere italiano continua a discutere degli stessi problemi – sovraffollamento, organici, sicurezza, dignità, suicidi, strutture – quel ricordo assume un significato ancora maggiore. Di politici interessati al carcere ne abbiamo conosciuti molti. Di Marco Pannella, purtroppo, ce n’è stato uno solo.
(da “Poliziapenitenziaria.it)
di Maria Antonietta Farina Coscioni
Non so che fine abbia fatto quel “messaggio in bottiglia”, era il 2015. Una frettolosa occhiata a un titolo di cronaca, mentre si sfoglia un giornale: “Gallipoli: Pensionato uccide il figlio disabile”. Poveretti, pensiamo; e poi si passa ad altro… Invece no: restiamoci in quella pagina, leggiamolo quell’articolo. Il figlio disabile ha 39 anni, è preda di gravi disagi psichici, una depressione da cui non sa uscire e che anzi lo sprofonda sempre più in un gorgo senza fondo; e il padre, 75 anni, da poco vedovo, che non regge più la situazione e in un mite pomeriggio autunnale, uccide il figlio con quattro colpi di rivoltella. Poi, calmo – una terribile calma – telefona ai carabinieri e dice solo quattro parole: “Ho ammazzato mio figlio”. Altra storia, a Suzzara, nel mantovano, titola il giornale locale: “Si consuma un dramma della disperazione”. Un altro pensionato, di 88 anni, si impicca al balcone della propria abitazione. Prima di farla finita uccide il figlio cinquantenne, disabile, affetto, si legge nella cronaca, da “grave patologia invalidante”, lo teneva in vita un apparecchio respiratorio; i carabinieri, quando irrompono nell’appartamento trovano l’apparecchio scollegato.
Episodi isolati? Al contrario. Accade spesso che il “carico” di un figlio o di un congiunto disabile, la sofferenza che cresce, trasformino il disagio in un pensiero fisso, ossessivo, e si cerchi una “liberazione” estrema come dare e darsi la morte.
A San Fele, vicino Potenza i carabinieri si sono trovati davanti a una vera e propria strage: quattro morti, un uomo, V.; sua moglie M.; e i suoi due figli. L. e C.; uno dei due ragazzi, L., 32 anni, è disabile. Poi la storia è stata ricostruita: il padre non riesce più a gestire il dolore per quella situazione, spara a tutti, infine si toglie la vita.
Storie di disperazione, come quella che ha per protagonista-vittima un ragazzo di 23 anni, disabile dalla nascita e gravi difficoltà motorie e psichiche: sgozzato dalla madre, che a sua volta cerca di uccidersi. E ancora: l’uomo che accoltella la sorella costretta su una sedia a rotelle uccidendola dopo averle messo un sacchetto di plastica in testa, poi si lancia dal balcone al sesto piano. In questo caso è la donna ad aver chiesto al fratello di porre fine alla sua vita, viene trovata una lettera nella quale la vittima scrive di avere implorato il fratello di eliminarla perché non ce la fa più.
Solitudine e disperazione “vincono” tante volte; tante volte l’angoscia per situazioni che non si sa più come controllare e gestire trasformano persone “normali” in assassini: perché la morte diventa l’unica soluzione per un dolore senza speranza. Persone sole, colpevolmente lasciate sole. Si tratta di delitti, ma i loro autori possono essere davvero definiti ed essere ritenuti “assassini”? Quelle morti non sono il frutto di disperazione e solitudine nelle quali quelle persone sono lasciate? Le istituzioni non devono farsi carico di queste situazioni, di queste disperazioni, di queste solitudini? Quello dei disabili, delle loro famiglie, è un problema enorme che viene taciuto, sembra non interessare. Qualcuno ricorderà il caso di un famoso attore che “dilapidava” la sua indubbia bravura in filmetti usa-e-getta; e alla domanda del perché lo faceva, immancabile la risposta: “Ho bisogno di denaro, di tutto il denaro possibile, per garantire a mio figlio l’assistenza di cui ha bisogno, quando non ci sarò più”; per quel figlio ha sacrificato il suo talento di prima grandezza. Storia amara anche quella, ma quell’attore almeno quella scelta ha potuto farla. Gli “assassini” – vittime come quelli dell’articolo distrattamente letto, no: quella scelta, molte volte, non possono farla. È accaduto ancora Pietralata, dove padre e madre si sono tolti la vita insieme alla figlia Bianca di cinque anni, disabile dalla nascita. Quel messaggio non è mai davvero arrivato e qualsiasi altro si tronca qui.
di Guido Salvini
A qualche giorno di distanza dalla sentenza della Corte di Cassazione e dall’inizio dell’esecuzione della pena per Mario Roggero si può fissare più a freddo qualche punto fermo.
Ho letto la sentenza di condanna della Corte d’Assise di Appello di Asti nei suoi confronti per duplice omicidio, tentato omicidio e porto abusivo di arma che è stata confermata dalla Corte di Cassazione. Dal punto di vista tecnico e della motivazione è una sentenza del tutto convincente.
Senza nulla togliere alla gravità dell’azione consumata nella gioielleria, quando Roggero aveva inseguito i rapinatori in strada sia l’attualità del pericolo sia una possibile proporzionalità tra l’azione aggressiva subita e la reazione erano del tutto cessate. Lo provano non solo le telecamere ma un particolare.
Roggero aveva recuperato la pistola da un cassetto solo quando i rapinatori erano già usciti dal negozio e solo allora l’aveva impugnata. Due tempi ben distinti di cui il secondo era quello non di una difesa ma di una ritorsione non consentita. Nessuna legittima difesa quindi nemmeno in base alla riforma del 2019, voluta dalla Lega, che pur l’aveva espansa soprattutto nei casi di intrusione in una abitazione o in un esercizio commerciale.
Anche l’entità della pena per due omicidi e un tentato omicidio non si espone a troppe critiche. Forse calcolando l’attenuante della provocazione in modo separato dalle attenuanti generiche avrebbe potuto essere limata di un paio d’anni, ma non di più. Senza dimenticare che Roggero avrebbe potuto chiedere, pochi lo sanno, il giudizio abbreviato. Ma non lo ha voluto fare. È di certo una scelta libera ma che esclude, in caso di condanna, una sostanziosa riduzione di pena.
Per quanto concerne il comportamento del Ministro di Giustizia questi si è mosso in modo decisamente intempestivo. Quando ha evocato l’avvio di una procedura di grazia per il condannato, Roggero non era nemmeno entrato in carcere e non era stata, e non lo è tuttora, nemmeno depositata la motivazione della sentenza della Cassazione. Non c’era nemmeno una richiesta di grazia presentata dai familiari. Il suo intervento era quindi decisamente fuori luogo, ha avuto il tono del lancio di una campagna politica rivolta a ottenere il plauso di chi aveva votato i partiti per conto dei quali è divenuto Ministro.
In realtà la procedura di grazia è un po’ più complessa rispetto al messaggio precipitoso che si percepiva dalle parole del Ministro. Innanzitutto, non è di competenza del Ministro, che rappresenta una parte politica, ma un potere “sovrano” del presidente Repubblica che ha una posizione per sua natura neutrale. Il Ministro deve solo esprimere un parere favorevole o contrario che può essere disatteso dal Presidente della Repubblica tanto è vero che nel caso di Ovidio Bompressi, uno degli assassini del comm. Calabresi, il Ministro leghista Castelli trasmise un parere contrario ma il presidente Ciampi firmò ugualmente la grazia. Inoltre, non è o non dovrebbe essere un provvedimento istantaneo ma invece di norma preceduto da una relazione dell’autorità carceraria sul comportamento del condannato e da un parere del Magistrato di sorveglianza che può valorizzare anche l’età, le condizioni di salute del condannato e l’avvenuto risarcimento delle vittime. Soprattutto è facilitato dalla revisione critica da parte del condannato del reato commesso. In sostanza è una cosa seria (non parlo apposta del caso Minetti per non complicare) tanto è vero che nel 2025 il presidente Mattarella ha accolto solo 72 domande di grazia o di commutazione della pena sulle 4230 richieste presentate.
Sotto quest’ultimo profilo Mario Roggero parte da una situazione non troppo favorevole perché almeno sino ad ora non sembra aver compreso la gravità del proprio comportamento e ha preferito mandare messaggi all’esterno come se fosse un innocente vittima di una ingiustizia che deve essere riparata da una parte politica.
Personalmente comunque non riterrei uno scandalo se, in considerazione soprattutto dell’età del condannato, il Presidente della Repubblica, espiato un periodo di permanenza in carcere, firmasse non un provvedimento di grazia pura e semplice ma un provvedimento di commutazione della pena previsto anch’esso dall’articolo 87 della Costituzione. In sostanza stabilisse di accorciare la pena o l’applicazione di una misura meno grave quale quella degli arresti domiciliari. Ma appunto solo dopo un congruo periodo di osservazione in carcere del comportamento del condannato. E tutto questo senza inutili clamori e campagne politiche e senza in alcun modo, sfruttando il caso Roggero, cercare di allargare per legge le maglie, ancora abbastanza strette, solo all’interno delle quali è riconoscibile la legittima difesa.
Vorrei ricordare, perché è significativo, anche una, chiamiamola così, “non notizia”. Proprio poche settimane fa la Corte d’Assise di Milano ha condannato per omicidio volontario due commercianti di etnia cinese. Un ladro si era introdotto di notte per rubare nel loro bar tabacchi scassinando la saracinesca. I proprietari, che abitavano vicino all’esercizio, se ne erano accorti, erano intervenuti, il ladro aveva cercato di fuggire ma era stato raggiunto in strada e buttato a terra e alla fine era stato ucciso dai due con più di una ventina di colpi di forbice. Anche in questo caso gli imputati avevano invocato la legittima difesa che è stata loro giustamente negata perché il fatto era avvenuto quando il ladro era ormai in fuga ed era tra l’altro, tranne gli attrezzi da scasso, disarmato. Sono stati entrambi condannati a 17 anni di reclusione. Un caso quindi sul piano tecnico abbastanza simile al caso Roggero. Eppure, nessuno ne ha parlato, nessuno ha evocato la grazia e gli è stato dedicato solo qualche trafiletto sulla stampa milanese. I due imputati non erano assimilabili all’alveo culturale del sovranismo e del populismo e quindi non c’era nessun fatturato politico in vista. Quindi non valeva la pena di occuparsene.
La conclusione è semplice quanto amara. La politica, non solo a destra ma anche a sinistra, insegue appena possibile le indagini e le sentenze, giuste o sbagliate, molte indagini in verità sbagliate lo sono, solo per ottenerne un indebito vantaggio, incurante di mettere in confusione chi ascolta. È una anomalia italiana, paragonabile sul piano più mediatico-giudiziario solo all’indecente show di Garlasco, di cui non abbiamo alcuna possibilità di liberarci. È uno dei frutti malati della più che trentennale guerra tra politica e magistratura, un conflitto dove non ci sono innocenti, che da più di trent’anni affligge il nostro paese e che è destinato a continuare.
di Carla Rossi
Negli ultimi anni l’Unione Europea ha sviluppato strumenti quantitativi per valutare le politiche sulle droghe non solo sul piano sanitario, ma anche rispetto a mercato, sequestri, prezzi, criminalità e azione repressiva.
Applicati al caso italiano, questi indicatori mostrano con chiarezza il fallimento delle politiche fondate quasi esclusivamente sulla repressione della produzione e del commercio.
Prendendo in esame 33 anni di dati carcerari (1991-2024), le serie storiche mostrano che le diverse modifiche legislative hanno inciso soprattutto sulla pressione penale, ma non sulla capacità di ridurre il mercato. La legge Fini-Giovanardi, che equiparava droghe leggere e pesanti, rappresenta il momento di massima repressione; dopo la sentenza della Corte costituzionale che ha reintrodotto una distinzione sanzionatoria, si osserva una riduzione degli ingressi ma mai un reale effetto di contenimento dell’offerta.
Un indicatore particolarmente importante è la durata media della detenzione per i reati legati all’articolo 73. Combinando dati di prevalenza e incidenza carceraria, emerge che la permanenza media in carcere è aumentata nel tempo. Questo significa che la repressione non solo non ha ridotto il mercato, ma ha prodotto più carcere e pene più lunghe, colpendo prevalentemente i soggetti più vulnerabili: piccoli spacciatori, persone povere, consumatori coinvolti in economie di sopravvivenza, non certo i livelli alti delle organizzazioni criminali.
Per misurare l’efficacia reale dell’azione repressiva, abbiamo stimato la popolazione attiva nel mercato al dettaglio delle droghe attraverso metodi statistici sui dati degli ingressi ripetuti in carcere. Tra il 2009 e il 2021, la forza lavoro stimata oscilla tra 400mila e 600mila persone. A fronte di questi numeri, l’efficacia delle incarcerazioni resta molto bassa, tra il 2% e il 5%, mentre quella delle denunce si colloca intorno al 6-8%. Si tratta peraltro di stime ottimistiche, perché ingressi e denunce possono riguardare più volte le stesse persone.
Un’ulteriore conferma dell’inefficacia repressiva viene dall’andamento dei prezzi al dettaglio. Se la repressione funzionasse davvero, la riduzione dell’offerta dovrebbe produrre un aumento significativo dei prezzi.
Invece, tra il 2012 e il 2024, i prezzi di cocaina, marijuana e hashish restano sostanzialmente stabili, con variazioni inferiori all’inflazione complessiva. Anche questo indica che il mercato non viene realmente intaccato.
Le stime ufficiali italiane indicano che la spesa al dettaglio per le principali sostanze è passata da 12,7 miliardi nel 2011 a 17,2 miliardi nel 2023, con un aumento del 39%. Una massa di denaro di queste dimensioni alimenta non solo le reti criminali, ma anche forme di corruzione ad alto livello, appalti opachi, imprese di copertura, sfruttamento del lavoro e infiltrazioni nei settori legali dell’economia.
I dati del progetto internazionale ALICE Rap mostrano la diffusione della corruzione percepita nel mercato illegale: in Italia il 69% dei detenuti per reati di droga intervistati dichiarava di aver sentito parlare di episodi di corruzione, soprattutto nelle forze dell’ordine, ma anche nella magistratura e nei controlli doganali. I benefici indicati riguardano soprattutto la possibilità di operare indisturbati, ricevere informazioni sulle indagini o evitare l’arresto.
La guerra alla droga ha prodotto costi enormi, carcere, inefficienza e corruzione, senza ridurre offerta e domanda, né proteggere la salute pubblica. Alla luce dei dati, è urgente superare l’approccio ideologico per diminuire incarcerazioni inutili e un lucroso mercato illegale; a partire dalla regolamentazione della cannabis, che presenta livelli di rischio inferiori all’alcol e comparabili alla nicotina.
(Lo studio integrale nel volume “Cannabis Use” a cura di Carla Rossi e Gianni Trovati)
di Barbara Schiavulli
Il 15 agosto 2021 Kabul non cadde con il fragore di una battaglia, cadde nel silenzio assordante di un tradimento occidentale e, mentre i talebani entravano all’aeroporto, migliaia di persone si ammassavano lungo la recinzione sperando di poter fuggire. Dopo vent’anni trascorsi a parlare di democrazia e diritti delle donne, l’Occidente se ne andava lasciando sulla pista persone e promesse. Non fu soltanto un ritiro, fu la consegna di quanti avevano creduto che il futuro non sarebbe tornato agli uomini armati. Ma così vollero gli Stati Uniti, e così accettarono tutti.
Sono trascorsi cinque anni da quel giorno caldo in cui il mondo osservava in vacanza, anni che nella storia di un paese sembrano pochi, ma che nella vita di una ragazza sono quasi tutta la scuola secondaria, che ora le è vietato frequentare, il tempo delle scelte. Per milioni di afghane questi anni sono trascorsi nella stessa stanza: libri nascosti, lezioni interrotte, voci abbassate e per fortuna, fino a quando ci sarà, una connessione internet. Dopo cinque anni, siamo di fronte a una generazione sta imparando non quello che potrebbe diventare, ma quello che le è vietato essere.
Il 15 agosto i talebani hanno festeggiato la vittoria e la sicurezza conquistata, i combattimenti sono diminuiti e in alcune regioni le strade sono meno pericolose. Per chi ha seppellito familiari, dopo 50 anni di guerre, non è un dettaglio, ma la pace non si misura contando le bombe che non esplodono.
La stabilità appartiene al regime, non all’Afghanistan, la durata di un regime non prova la sua capacità di governare, dimostra soltanto che sa conservarsi. Uno Stato dovrebbe misurarsi dalla possibilità di studiare, lavorare, curarsi, dissentire.
Secondo l’Onu, quasi 22 milioni di afghani hanno bisogno di assistenza, uno su 7 la riceve. La Banca Mondiale registra una crescita economica che non viene condivisa, e un calo del 5,6 per cento del Pil pro capite. Vengono riscosse meglio le tasse, la produzione di oppio è quasi ferma, ma le cliniche sono senza medicine, le famiglie vendono l’ultima capra, mandano un figlio a lavorare o accettano un matrimonio precoce per una figlia, se non addirittura la vendono per sfamare gli altri.
Più di 2,6 milioni di ragazze sono state private dell’istruzione secondaria. L’Afghanistan è l’unico paese al mondo in cui scuola secondaria e università sono precluse a ragazze e donne, mentre la loro partecipazione al lavoro è crollata al 5,1 per cento.
Le organizzazioni umanitarie segnalano un aumento di suicidi tra le adolescenti che non riescono a vedere un futuro, sette afghane su dieci giudicano cattiva o molto cattiva la propria salute mentale. Esperti dell’Onu e attiviste chiamano questo sistema che le cancella “apartheid di genere” e la cancellazione delle donne rappresenta una crisi senza precedenti per un futuro di pace e progresso.
Eppure, l’Afghanistan non ha smesso di muoversi, in stanze senza targhe, insegnanti clandestine trasformano i salotti in aule clandestine, alcune ragazze studiano online, altre seguono lezioni di medicina segreta tenute da dottoresse escluse dal lavoro.
Oggi, la sanità vive sul lavoro di ostetriche, mediche e operatrici umanitarie, ma il divieto di formare personale femminile prepara una catastrofe lenta. Una donna non viene visitata da un uomo, che cosa accadrà quando non ci saranno più dottoresse? Dopo il terremoto del 2025, l’Organizzazione mondiale della Sanità stimava che nove sanitari su dieci fossero uomini, e chi soccorre una donna sotto le macerie se un uomo non può toccarla?
Le poche Ong internazionali, che una volta proponevano progetti di imprenditoria femminile, ora tengono aperti ambulatori, centri nutrizionali, insegnano a cucire o danno soldi alle vedove, negoziando con i talebani permesso dopo permesso, ma i tagli ai fondi spezzano questa rete, non ci sono mai abbastanza soldi e non ci saranno mai se si parla di Afghanistan un giorno all’anno.
Spesso le donne afghane vengono definite resilienti, solo perché consola chi guarda da lontano: si celebra la loro forza e poi le si lascia sole. Non dovrebbero diventare eroine per meritare un libro o una visita medica, non hanno bisogno di essere ammirate, ma sostenute.
E così, intanto il mondo si abitua per indifferenza o interesse, a partire dalla Russia che ha riconosciuto il governo talebano, mentre altri paesi, l’Unione Europea stessa, discutono con Kabul di commercio e rimpatri. O la Cina, che ha dato miliardi per prendersi le miniere in appalto. Naturalmente, parlare con i talebani è necessario, ma farlo senza condizioni mentre i diritti scompaiono dal tavolo, non è pragmatismo, è normalizzazione.
E se tra cinque anni, i talebani saranno ancora al potere, che cosa resterà dell’Afghanistan, quante luci avremo lasciato spegnere, scambiando il silenzio per pace?
(Barbara Schiavulli è giornalista di guerra e direttrice di www.radiobullets.com)
di Pino Bonino
Marco Pannella entrò presto nella mia vita. Già nei miei anni giovanili, attivo nella Gioventù Liberale fin dal 1964, del tutto convinto della bontà di questa scelta, non potevamo rimanere disattenti ed insensibili nel venire a conoscenza delle attività, delle iniziative e del modo in cui le portava vanti questo brillante esponente di un partito che sembrava per la sua originalità calato da Marte!
Col tempo, sempre più’ schiacciati e delusi dalla politica del PLI che privilegiava ed orientava l’attenzione verso temi economici ed istituzionali, centrali e importanti, ma poco vicini alla sensibilità di noi giovani di allora- trovammo naturale avviare un comportamento bigamo: testa e piedi nella GLI, ma sempre di più antenne puntate sulle iniziative di Marco, che ci arrivavano dirette al cuore perché parlavano di diritti civili, di costume, di libertà sessuale, di laicismo, di stato di diritto, di rispetto delle minoranze, del divorzio…Ed appunto proprio sul divorzio avvenne il casus belli.
Il PLI, pur avendo come co-firmatario della proposta di legge un suo illustre esponente, l’on. Antonio Baslini, era in vasti suoi settori tiepido, se non addirittura restio alla approvazione della legge, per motivi di varia natura – politici, religiosi, di costume. Intanto alla Camera si rischiava, ed al Senato ancor di più, sul filo dei voti delle dita di una mano.
Gli amici, Fulvio Gianaria, Riccardo Chiaberge ed altri ovviamente, si ricorderanno sicuramente quando dovemmo calarci in quel di Mondovì, città che allora esprimeva un seggio senatoriale al PLI, per fare pressioni dirette e vivaci sul nostro esponente, molto indeciso. Ed eravamo ormai nel dicembre 1970. Era nell’aria ormai il passaggio del Rubicone che avvenne quando Pannella decise di tenere a Torino nell’autunno del 1972 il congresso nazionale del PR.
In tale circostanza gli amici già citati, lo scrivente ed altri, presero la tessera durante i lavori che si tennero negli scantinati di palazzo Carignano, allora sede della unione culturale. Iniziammo così la nostra militanza radicale che ha segnato nel profondo il nostro vissuto ed il nostro pensiero politico.
La presente semplice ed umile iniziativa di ricordo di Marco nell’anniversario della sua morte implica non certo il richiamo di fatti e vicende altrimenti ampiamente note, facenti ormai a pieno titolo parte della storia politica del paese, ma può assumere invece valenza e significato se è in grado di richiamare quel poco, o tanto, di personale e di contatto diretto con Marco che abbiamo avuto la ventura di vivere.
I nostri momenti precisi, tralasciando quelli usuali come i saluti e brevi scambi formali, furono essenzialmente due:
1. Piazza san Carlo Torino, comizio finale campagna elettorale per le elezioni politiche del 1987. Grande folla in piazza, la campagna era stata viva e molto attiva, c’era una buona attenzione in città verso i radicali e la loro presenza. Eravamo sul palco, quasi tutti i candidati torinesi, alle spalle di Marco che reggeva la parte principale del comizio. Era presente anche Domenico Modugno, già in carrozzella dopo l’ictus del 1984, con la moglie Franca Gandolfi. Il figlio di Fulvio Gianaria, ragazzino simpatico e brillante, donò un bel mazzo di fiori a Marco. Alla fine del comizio c’era un bellissimo clima di passione e simpatia corale e Modugno portò la piazza al diapason rivolgendo alcune parole ma soprattutto intonando una canzone delle sue più’ note, Volare… Fu una grande serata. Ad un certo punto Marco si voltò e salutò erga omnes parecchi di noi con grande affetto e cordialità, ed io fui tra i fortunati.
2. Galleria d’arte moderna, Torino, sala convegni, primavera del 1992. Marco era venuto a tenere agli iscritti torinesi un ragguaglio sullo stato del partito centrale e locale, molto apprezzato. Al termine lo avvicinammo e perorammo la causa del maggior impegno che un gruppo di noi (Enzo Cucco, lo scrivente ed altri) avrebbe voluto che il partito avesse nelle istituzioni locali. Avevamo infatti maturato localmente la convinzione che dovessimo evolvere il nostro impegno non solo sulle grandi campagne nazionali ma esplicando la nostra presenza, impegno e capacità nei governi locali.
Marco era nettamente contrario e lo manifestò, come sua abitudine, con calore. Io insistetti ed allora mi invitò ad accompagnarlo alla stazione di Porta Nuova dove doveva prendere il treno. Strada facendo mi diede una lezione di politica che sul momento non mi trovò affatto d’accordo, ma col tempo capii meglio. Lui sosteneva con molto calore – ricordo che ero molto imbarazzato perché la gente lo riconosceva (eravamo ormai nel tratto finale del corso Stati Uniti, quasi alla stazione) che ‘disperdere’ l’impegno del partito su innumerevoli ribalte locali avrebbe frantumato e vanificato il potenziale e l’impegno del gruppo centrale del partito, rischiando di dover poi correre dietro e mille beghe locali, cosa che avrebbe appunto indebolito la politica complessiva del partito.
Non più tardi di un paio di anni dopo, proseguendo noi testardamente la nostra linea locale, l’amico Enzo Cucco, come noto, assunse la carica di assessore regionale alla sanità nella giunta Brizio e lo scrivente ebbe l’onore di affiancarlo nella impegnativa e complessa operazione di selezione e scelta dei direttori generali delle 27 aziende sanitarie di allora. Purtroppo, sull’operazione condotta professionalmente e politicamente in maniera ineccepibile, si abbatté la magistratura mossa da un ricorso – denuncia di un esponente politico di destra che sosteneva fantasie di varia natura. Risultato: fummo perquisiti più volte, interrogati in procura per ore, dileggiati sui giornali. Enzo perse posto e carriera. La cosa poi risolse con chiarezza in nulla perché appunto era stata condotta nella massima cura e correttezza, ma rimanemmo con in mano le macerie. La cosa triste fu che Marco non ci difese e non ci aiutò, forse memore di quel discorso e di quell’avvertimento sul marciapiede torinese…
Come premesso, sono piccoli e umili ricordi, ma siamo nello stesso tempo convinti che da un lato possano comunque contribuire alla stesura di un affresco più ampio e complesso della figura di Marco, dall’altro lato ancor più convinti che la microstoria sia base e fondamenta della Storia con la S maiuscola.
Infine, voglio personalmente rivolgere un grazie, un saluto ed un sentimento di ammirazione all’amico Sergio Rovasio che con grazia, pazienza e spirito amicale mi ha indotto a riflettere al meglio sull’anniversario qui ricordato!
Per i lettori di “Shalom”, Angelo Pezzana è una firma familiare. Per molti anni ha raccontato Israele dalle pagine di questa rivista con lo sguardo di chi il Paese non si è limitato a visitarlo, ma lo ha conosciuto e amato profondamente. I suoi articoli erano il frutto di un rapporto costruito nel tempo, alimentato da decine di viaggi, incontri, amicizie e da una costante curiosità intellettuale.
L’attività giornalistica è stata una delle forme attraverso cui Pezzana ha espresso il proprio legame con Israele. Oltre a Shalom, ha collaborato per anni con “Il Bollettino – Bet Magazine”, con “Libero” e con altre testate, fino a dare vita insieme a Fiamma Nirenstein all’esperienza di “Informazione Corretta”, nata dalla convinzione che Israele meritasse di essere raccontato con maggiore equilibrio e onestà intellettuale. Un progetto che fu precursore della capacità della controinformazione di svilupparsi sul web.
Questo suo impegno emerge con chiarezza nel volume “Angelo Pezzana. La sfida dei diritti. Una vita dedicata a omosessualità, Israele e libri” (Salomone Belforte), scritto dal giornalista Daniele Toscano con prefazioni di Fiona Diwan e Maurizio Molinari. Il libro non si limita a ricostruire una biografia, ma utilizza la vicenda di Pezzana come filo conduttore per attraversare oltre mezzo secolo di storia politica, culturale e civile italiana.
Il rapporto di Pezzana con Israele era nato molto prima dell’impegno pubblico. Già negli anni della formazione in Svizzera aveva appreso della storia degli ebrei e delle persecuzioni a cui erano stati sottoposti: da questo primo approccio prese il via una chiara presa di posizione destinata a trasformarsi, soprattutto dagli anni Ottanta in poi, in una delle grandi passioni della sua vita. Da allora Israele entrò in ogni ambito del suo impegno: nei testi della libreria Luxemburg, dove la sezione dedicata all’ebraismo è sempre stata una delle più ricche; nei viaggi culturali organizzati per far conoscere il Paese; nelle iniziative promosse con le Associazioni Italia-Israele; nelle conferenze, nel giornalismo e nell’attività politica.
Anche all’interno del Partito Radicale, accanto a Marco Pannella, Pezzana contribuì a fare di Israele un tema politico: emblematiche furono la campagna a favore dei refusnik sovietici e il Congresso del Partito Radicale tenutosi a Gerusalemme nel 1988.
Questa presa di posizione gli costò anche gravi attacchi, come l’attentato alla libreria, quando nella notte tra il 12 e il 13 aprile del 1988 una bomba molotov bruciò la metà dei libri del piano terra, punto più alto di diverse forme di contestazione e boicottaggio che lo colpirono in quegli anni.
Ma il libro mostra anche come questa passione si inserisca in un percorso più ampio, sempre guidato dalla stessa idea di fondo: la tutela dei diritti e della dignità della persona. È da qui che nasce il suo impegno nel 1971 con la fondazione del FUORI!, il primo movimento organizzato per i diritti degli omosessuali in Italia. È la stessa sensibilità che lo porterà a impegnarsi, negli anni successivi, anche sul terreno della salute mentale, contribuendo, anche attraverso l’impegno nelle istituzioni piemontesi, all’attuazione della riforma Basaglia, e più in generale in tutte quelle battaglie civili che mettevano al centro chi era discriminato.
Dietro tutto questo, però, c’è sempre la cultura. La scoperta della Beat Generation, l’incontro con Fernanda Pivano, Allen Ginsberg, Isaac Bashevis Singer e con la letteratura yiddish, le librerie Hellas e Luxemburg, fino alla partecipazione decisiva alla nascita del Salone Internazionale del Libro di Torino. Per Pezzana i libri non sono mai stati soltanto oggetti da vendere o leggere: sono stati strumenti di libertà, luoghi di incontro, occasioni di confronto tra idee diverse.
Attraverso un’accurata ricerca documentaria, stampa dell’epoca e numerose testimonianze, a partire da quella dello stesso protagonista, Daniele Toscano riesce a restituire tutta la complessità di un personaggio difficilmente riducibile a un’unica etichetta. Attivista, libraio, organizzatore culturale, giornalista, politico, sostenitore di Israele: ogni definizione coglie soltanto una parte della sua storia. Resta soprattutto l’immagine di un intellettuale libero, capace di andare controcorrente senza mai rinunciare alla coerenza. Una figura che continua a interrogare il presente e che, anche attraverso le pagine di “Shalom”, ha contribuito per molti anni a far conoscere Israele ai lettori italiani con passione, competenza e autonomia di giudizio.
(da “Shalom”)







