Proposta Radicale 38 2026
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Recensioni

Green: storia di un verde sbiadito e mancato

di Valter Vecellio

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Genziana, il fiore non colto

di Va. Ve.

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Green: storia di un verde sbiadito e mancato

Green: storia di un verde sbiadito e mancato

di Valter Vecellio

Mi accosto a questo poderoso tomo, lo confesso, con un misto di diffidenza e cautela: perché accettare la sfida di leggere 280 pagine che – recita il sottotitolo, spaziano da “Celentano a Greta” e hanno l’obiettivo/ambizione di raccontare la “storia avventurosa degli ecologisti”? Ammetto la presunzione: quella di sapere abbastanza del mondo “verde”. Lo leggano altri… Mauro, hai ben assimilato astuzie e trucchi per farti leggere: il tuo “mattone” resta a far polvere, hai voglia a scrivere una bella ed affettuosa dedica… Invece ci casco. Anche come oggetto, è un bel libro, Neri Pozza li sa fare. Un grande editore: comincia con André Gide; poi Dino Buzzati, Goffredo Parise, Vincenzo Cardarelli, Eugenio Montale, Carlo Emilio Gadda, Mario Luzi… Pozza è volato “altrove” una trentina d’anni fa, ma la tradizione resta: sei in compagnia di tipi come Eshkol Nevo, Amitav Ghosh, e recuperi di Romain Gary, Erich M. Remarque, Barbara Tuchman, Giuseppe Berto…Ma torniamo al tuo “Green”.

La diffidenza dura poco, lascia spazio alla curiosità, stimolata dall’indice dei nomi, ormai raro. Il primo che cerco è Aurelio Peccei. Ti sarai ricordato di un precursore, e del suo inascoltato allarme sui “limiti dello sviluppo” con il Club di Roma? Sì, lo citi: ci ricordi che fu tra i primi a porre la relazione tra risorse naturali, crescita della popolazione, sviluppo industriale. Analisi serie, “scientifiche”, non vani e apocalittici scenari leggiucchiati in fantasiosi “pulp”. Già in un suo vecchio testo del 1970, “Verso l’abisso”, Peccei aveva “profetato” un po’ tutto…

Ovvio che spulcio le pagine dedicate a Marco Pannella, a Brice Lalonde, ad Alex Langer: a ognuno dai quello che meritano… Fa pensare il parallelo che abbozzi con delicatezza sui destini tragici di Langer e della leader ecologista tedesca Petra Kelly. Analoga riflessione sulla colpevole, dolosa miopia di Beppe Grillo e del suo MoVimento, che non colgono (non sarebbero stati quello che sono stati) l’appello invito di Pannella sotto forma di intervento nel blog dell’“Elevato”; ne riporti un ampio stralcio: sembra scritto per l’oggi e il domani…

Il tuo è un diligente, accurato, resoconto di occasioni perse e non colte del movimento verde; le velleitarie, ingenue, generose aspirazioni; un onesto ritratto di quello che ha realizzato e degli obiettivi mancati; si coglie, nonostante il distacco del cronista, una punta di partecipata delusione. Per qualche tempo ci hai sperato anche tu, nonostante quella tua maschera di scanzonato cinismo che vuoi sia la tua divisa… Un po’ ti è costato, confessalo, scrivere quello che hai scritto. Il movimento di cui tratteggi la storia che definisci “avventurosa”, a ben vedere, è una sommatoria di movimenti e fallimenti, storie senza storia. A conti fatti, ha mancato l’appuntamento più importante: essere “tetragono ai colpi di ventura”. È una lettura che lascia un retrogusto amaro; proprio per questo è bene farla. Grazie.

Mauro Suttora

Green – Neri Pozza

Genziana, il fiore non colto

Genziana, il fiore non colto

di Va. Ve.

Primavera del 1990. A L’Aquila è la vigilia di elezioni amministrative. Accade un “qualcosa” che va al di là del recinto politico locale, al di là dello stesso Abruzzo, assume una dimensione nazionale. L’Aquila diventa una sorta di laboratorio politico nazionale: si costituisce una lista civica comunale, la “Genziana”. Si candidano personalità di vario orientamento politico: del PCI, alcuni democristiani, repubblicani. Alla testa di questo curioso cartello elettorale, uno smagliante Marco Pannella. Un’operazione politica con l’attivo imprimatur di Edoardo Caroccia, all’epoca segretario della federazione comunista aquilana.

Sono giorni di grande fermento. Anche a L’Aquila. Caroccia sente che spira un vento nuovo: se non si vuole essere travolti, va secondato. Propone di affrontare la scadenza elettorale con una lista, rinunciare al tradizionale simbolo del partito. Occorre un capolista autorevole. Si prendono in esame varie personalità, ecco che lo storico Umberto Dante suggerisce il nome di Pannella. Figurarsi se accetta, obiettano in molti; e cosa penseranno i compagni di quel personaggio scomodo, imprevedibile? Tentare non nuoce, pensa Caroccia. Eccoli a Roma, è in corso un congresso radicale. Pannella ascolta; la proposta lo alletta. Il suo orizzonte spazia dal Burkina Faso al Tibet, ma l’Abruzzo è sempre nel suo cuore. Dopo il primo, altri incontri, si coinvolge anche il segretario regionale del PCI Giovanni Lolli. Alla fine, sugellato da un pranzo in un ristorante vicino a Montecitorio, Pannella accetta la candidatura. “Repubblica” definisce l’operazione il “Patto della Norma” (dal primo consumato: appunto spaghetti alla “Norma”).

Pannella capolista; a seguire altri autorevoli indipendenti, provenienti dal mondo universitario e dall’associazionistico; perfino esponenti della Democrazia Cristiana. Il “laboratorio” fa “notizia”. Il PCI, A ROMA, osserva con un misto di cautela e interesse. C’è il problema del  nome alla lista civica, del simbolo: “Il movimento che creammo si chiamava Convenzione democratica, ma per la lista volevamo un elemento locale. Allora pensammo alla genziana”.

L’iniziativa prende corpo, ma emergono anche i primi malumori e resistenze. Racconta Caroccia: “Nacque un vero e proprio scontro quando in Sicilia il segretario regionale della Fgci Pietro Folena fece una “lista antimafia”. Pannella saltò su dicendo: “Che significa? Significa che tutti quelli che non stanno in lista sono mafiosi? Non sono d’accordo”. La Fgci dell’Aquila si schierò subito con Folena e cominciò a boicottare la nostra lista…”.

Una parte del PCI si mette di traverso: “Ogni cosa diventava un problema, per ogni dichiarazione di Pannella si chiedeva una riunione della direzione del partito. Non si accorgevano che il mondo stava cambiando”.

Da Roma c’è il disco verde, ma i cossuttiani sono contrari; Walter Veltroni si schiera con Caroccia, è disposto a sostenere la campagna elettorale; il segretario del partito Achille Occhetto più cauto. Il 25 aprile annuncia la sua presenza con Pannella al comizio di chiusura, ma non va, probabilmente per pressioni partite anche dall’Aquila.

Come finisce? “Perdemmo nelle frazioni dove il partito era forte e vincemmo all’Aquila centro, dove c’era la borghesia aquilana più illuminata e aperta. Una riprova del fatto che il partito frenò. Ricordo che la federazione di Chieti minacciò dimissioni in massa. Però facemmo meglio del partito a livello nazionale. Pannella il giorno dopo venne all’Aquila per un comizio di ringraziamento. Non volevo partecipare, mi ci trascinò. Lungo la strada mi fece coraggio: ‘Non devi essere dispiaciuto, tu e i tuoi avete combattuto nell’interesse della città, gli altri hanno combattuto per le loro carriere’”.

Caroccia viene additato come il “pannelliano”: “Mi portai appresso questa nomea come segno di derisione e scarsa attendibilità. Invece oggi sono tutti pannelliani. Mi presentai dimissionario al comitato federale. Su 61 votanti 30 si astennero, 31 votarono a favore delle dimissioni, il trentunesimo andarono a prenderlo per le scale. Fu una vera e propria restaurazione, frutto di un’alleanza tra il vecchio partito e i giovani. Quando tre anni dopo si votò ancora per il Comune, l’esperienza della Genziana non venne neanche presa in considerazione. A candidato sindaco scelsero un funzionario di partito”.

Questa storia, che si è riassunta molto sommariamente, è raccontata con dovizia di particolari e “notizie” ne “Il vento della genziana” di Walter Cavalieri. È la storia di uno dei laboratori politici più innovativi. La sua nascita si colloca nel clima del dopo-Muro di Berlino e della Svolta della Bolognina: la politica abbandona le rigidezze ideologiche della Guerra Fredda, il PCI aquilano è tra i primi a intuire la necessità di aprirsi a nuove forme di collaborazione. Da quella intuizione nasce un progetto inedito che unisce comunisti, repubblicani, radicali, socialisti, cattolici democratici e giovani della FGCI all’interno della lista “Convenzione democratica – La Genziana”. Unione, non unità.

Poi è andata come è andata. Ciò non toglie che questa storia sia stata preziosa. Va conosciuta, merita una riflessione. Esperienza istruttiva non solo per la composizione “plurale” della lista; soprattutto per la “visione” che la animava: in tempi segnati dalla crisi dei partiti, proponeva un patto politico basato su partecipazione, competenze, dialogo tra differenze. Racconto di “ieri” che vale per “oggi” e “domani”.

Walter Cavalieri

Il vento della Genziana – Textus edizioni

iMagz