Proposta Radicale 32/33 2025
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Recensioni

Borsellino, il magistrato che aveva capito

di Valter Vecellio

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La verità, un fuoco che illumina e brucia

di Va. Ve.

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Borsellino, il magistrato che aveva capito

Borsellino, il magistrato che aveva capito

di Valter Vecellio

Lontana quella domenica del 19 luglio 1992, quando un’auto imbottita di tritolo uccide a Palermo Paolo Borsellino e i cinque della scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Cosina e Claudio Traina; vivide, indimenticabili, le immagini per noi cronisti accorsi in quella devastata via D’Amelio di Palermo.

Una frustata in pieno viso la sentenza del quarto processo Borsellino dove si legge che la strage è stata anche l’occasione del più grave depistaggio della storia della Repubblica.

Borsellino sapeva. A uno della scorta dice: “Sono preoccupato e dispiaciuto per voi. So che debbo morire e mi dispiace per voi. So che è arrivato l’esplosivo qui a Palermo” (Processo Borsellino 1, udienza del 16 marzo 1995).

Sapeva. Il collega David Monti, incontra Borsellino a un convegno di Magistratura Indipendente a Bari. Gli appare turbato. Ricorda Monti: “Mi disse: è arrivato l’esplosivo per me. Lo disse davanti ad altri colleghi presenti. Cercai di persuaderlo a tutelarsi, ad allontanarsi per un po’ dalla Sicilia, ma non voleva sentire questi discorsi”.

Sapeva: a don Cesare Rattoballi chiede di potersi confessare, perché vuole prepararsi alla morte imminente, e gli confida: “È arrivato l’esplosivo per me dalla Jugoslavia”.  

Sono passati anni, dalla strage, e ancora tanto c’è da capire, sapere; una quantità gli interrogativi senza convincente risposta.

Aiuta a capire un libro di Vincenzo Ceruso, Paolo Borsellino, la toga, la fede, il coraggio (pp.142, 14 euro). Ceruso è uno studioso attento e rigoroso. Ha pubblicato numerosi saggi sulla Cosa Nostra e le sue “imprese”. Tra l’altro A mani nude, biografia di don Giuseppe Puglisi, di cui è stato allievo; e La strage, L’agenda rossa di Borsellino e i depistaggi di via d’Amelio.

Ceruso si affida alla “chiarezza dei documenti”, non alle suggestioni o a tesi preconcette: “Come sanno quanti hanno familiarità con il metodo della ricerca storica, non c’è nulla di più impuro del ricordo di un testimone. Occorre valutarne i ricordi alla luce dei documenti, qualora siano disponibili, e incrociarli con altre testimonianze”. Accade spesso che anche il testimone più disinteressato veda e senta in modo deformato e metta fuori strada.

La tesi di Ceruso è semplice quanto trascurata: “Borsellino viene ucciso per le indagini che conduce, non per quelle che avrebbe potuto portare a termine in un imprecisato futuro. Eliminato non in quanto simbolo di qualcosa, ma perché…raccoglie prove, ascolta testimoni, valuta notizie di reato, si prepara a istruire processi…le sue indagini conducono lungo una strada che quasi nessun altro a Palermo, vuole davvero percorrere fino in fondo in quella tragica estate del 1992, per pigrizia, incompetenza, o paura. O per complicità”.

Borsellino diventa un obiettivo da colpire “per i risultati investigativi che ha raggiunto e se un’accelerazione c’è stata nell’esecuzione dell’attentato questa avviene perché egli ha ben presto chiaro chi siano i protagonisti del sistema preposto al condizionamento mafioso degli appalti”.

Dopo la strage di Capaci “la centralità del sistema degli appalti nell’economia mafiosa e quale movente dei delitti eccellenti diviene per lui ancora più chiara, tanto che confida all’amico Antonino Caponnetto di essere fiducioso nella direzione presa dalle indagini su Capaci”.

Un paio di settimane prima di essere ucciso, Borsellino confida a Luca Rossi, giornalista del Corriere della Sera, di seguire le indagini sull’omicidio Falcone, di avere un’ipotesi: “Che potesse esistere una connessione tra l’omicidio di Salvo Lima e quello di Falcone, e che il trait d’union fosse una questione di appalti, in cui Lima era stato in qualche modo coinvolto e che Falcone stava studiando”.

Si arriva dunque all’ormai famoso dossier sugli appalti curato dai carabinieri dei ROS guidati da Mario Mori. Lavoro paziente e meticoloso, per tanto tempo “accantonato” e che oggi solleva una quantità di interessate polemiche. Una strada, quella degli appalti e dei colossali interessi economici che ruotavano, che con grande fatica si cerca di percorrere. La strada intuita anche Falcone quando aveva detto che “la mafia era entrata in Borsa”, e che porta a Nord, alla saldatura tra Cosa Nostra e imprenditori. Non a caso uno di loro, interrogato, dirà: “Sugli affari dal Po in su, vi dirò tutto, perché temo la galera. Dal Po in giù non vi dirò nulla, perché temo di essere ammazzato”.

La ricerca di Ceruso “ruota intorno ad alcuni atti d’indagine, finora mai oggetto di pubblicazione. Nell’interrogarli, mi sono mosso in base all’idea che il movente ultimo dell’uccisione di Borsellino sia da ricercare nelle sue indagini sul territorio. Mi interessa ciò che interessava a lui. Penso che queste indagini siano state sottovalutate, se non ignorate, sostituendo a esse una molteplicità di causali senza fondamento, spesso in buona fede, altre volte per comodità”. Segue una significativa citazione di Marc Bloch, da Apologia della storia o mestiere dello storico: “L’assurda diceria fu creduta perché era utile credervi”. Per fortuna non tutti. Non sempre.  

Vincenzo Ceruso

Paolo Borsellino, la toga, la fede, il coraggio – Edizioni San Paolo

La verità, un fuoco che illumina e brucia

La verità, un fuoco che illumina e brucia

di Va. Ve.

Arrivi alla pagina 19. La cronista Agnese Pini prevale sulla “paziente”. Descrive lo studio del dottor F., psicanalista; in particolare una riproduzione di Gustav Klimt, Nuda Veritas.  È un’opera del 1899, ma c’è anche una versione realizzata l’anno prima. In entrambe si ritrae una donna nuda, rigida, lo sguardo vitreo. Nella prima, una citazione dello scrittore tedesco Leopold Schefer: “Wahreheit ist feur und wahr heit reden heisst levchten und brennen”, “La verità è fuoco e parlare di verità significa illuminare e bruciare”. La seconda contiene unna frase di Friedrich Schiller, “Non puoi piacere a tutti con la tua azione e la tua arte. Rendi giustizia a pochi. Piacere a molti è male”.

Per qualche ragione (per la frase, o perché non c’è il serpente ai piedi della donna?), oppure semplicemente per caso (anche se il caso non è mai un caso), il dottor F. ha scelto la prima versione. Ad ogni modo con quella verità focosa che dà il titolo al memoir di Pini, dobbiamo farci i conti. Pini quella didascalia non la sa tradurre; F., che di tutta evidenza mente, risponde che non ricorda. E si capisce…

Definire La verità è un fuoco è una vera impresa.  L’interrogativo dell’evangelista Giovanni “Quid est veritas?”, la domanda di Ponzio Pilato a Gesù, è un indizio, una traccia. Ma c’è molto altro, oltre a questo imprescindibile rovello che anima la ricerca della giovane Agnese.

Ha tredici anni quando fruga in un cassetto e scopre un piccolo album rosso, sulla copertina: “Don Pini”; contiene fotografie, ritraggono un giovane sacerdote. Nessun dubbio: quel “don” è il padre di Agnese. Un segreto gelosamente custodito: i genitori “erano complici di quel segreto, sì, ma non perfettamente allineati nel custodirlo: capii con chiarezza solo molti anni dopo che mia madre e mio padre si erano spesso trovati in disaccordo su quella esigenza di parlare con noi figli, di svelare l’indicibile loro passato. ‘Dobbiamo dirglielo, prima o poi’, insisteva mia madre. ‘No, non ancora, aspettiamo il momento giusto’. Ma non era mai il momento giusto…”.

La giovane Agnese “scava”, cerca risposte: non solo capire chi era suo padre prima di incontrare sua madre, innamorarsene corrisposto; si reca nei luoghi dove si era formato e aveva vissuto. Il libro è anche un viaggio dentro sé stessa per conoscere le proprie radici, dare il senso al suo presente. Il dottor F. in questo ha un ruolo discreto e fondamentale; ben diverso il freddo, arido atteggiamento del vescovo che si limita a un imbarazzato bofonchiare e regala un paio di rosari benedetti dal Pontefice.

Da molto tempo”, annota Pini, “desideravo scrivere dei preti irregolari, i preti che hanno lasciato tutto, come mio padre. Ma su di loro non esistono numeri, né informazioni ufficiali. Le loro storie, i loro volti, i loro nomi sono rimasti nella quasi totalità dei casi oscuri, disconosciuti, dimenticati”.

Anche il padre di Agnese ha patito un doloroso calvario, la condanna per una scelta che avrebbe dovuto essere, al contrario, accolta, compresa, rispettata. A pag.270 si possono leggere righe terribili: “Qualcuno provò a protestare, con i vescovi e con le gerarchie, contro il trattamento riservato ai preti che erano stati costretti a lasciare per via del celibato, pur sentendosi a tutti gli effetti dei preti. Papa Paolo VI, in quegli anni, li chiamò pubblicamente ‘Giuda traditori’.

A un certo punto, il lettore incontra Luciano Currarino, fondatore, all’inizio degli anni ‘70 di una comunità chiamata “Matteo 56” (5 e 6 sono tra i capitoli più importanti di quel Vangelo, quelli del “Discorso della Montagna”). Anche Currarino ha incontrato una donna, si sono sposati. Dalle sue parole sospirate, la crudeltà di una tetragona istituzione che nega amore, comprensione: “L’ho detto a tutti i vescovi che sono passati negli anni: ho detto che potevo fare delle cose, potevo essere utile. Mi hanno sempre ignorato. Tante parole gentili, tanti grazie. Non mi ha mai chiamato nessuno, mai. Eppure, avrei potuto continuare a dare una mano a questa nostra Chiesa”.

Pini è giornalista affermata. Dirige i giornali del gruppo Monrif: “QN- Quotidiano nazionale, il Resto del Carlino, La Nazione, “Il Giorno. Ha pubblicato un pregevole “Un autunno d’agosto”. Per vocazione e mestiere sa come “maneggiare” le parole, rendere giustizia ai sentimenti. Tuttavia qui si indovina la fatica e il costo pagato per cercare e trovare le giuste necessarie parole…

Ero convintissima da moltissimi anni che questa fosse una storia che aveva un senso, non era una storia solo mia, ma dovesse essere raccontata. Tuttavia, capire che forma darle, trovare le parole giuste per tirarla fuori questa storia, è stato molto complesso. Questa è soprattutto una storia sulle parole che mancano, desideravo scriverla, ero consapevole del suo significato e della sua importanza, ma nel momento in cui mi sono decisa a farlo e ho persino firmato il contratto con la casa editrice, ho scoperto di non avere le parole, di non sapere come si scrive una storia del genere. E non avere parole passa per non averle non solo nella scrittura, ma anche nella voce. Cioè, non riesco a dire a mio padre che voglio scrivere questo libro, perché penso che vada scritto. Ed è lì poi, alla fine, l’innesco, e la storia diventa questa enorme difficoltà: come si recuperano le parole giuste per parlare coi genitori, per internalizzarle e poi trasformare tutto questo in un libro? Dunque, questo è un libro sulle parole che mancano e su come si recuperano, dove si ritrovano per riappropriarsene: alla base c’era il grande desiderio di tirarle fuori…”.

Pini confessa di aver “covato” per tanto tempo la paura di parlare col padre di quel suo passato tenuto nascosto ai figli, di non trovare il coraggio perché non trovava le parole: “Ma chi ce l’ha il coraggio? Chi ha le parole giuste per dirglielo? Chi è che ha davvero le parole giuste per parlare con i propri genitori, se non per questioni futili”. Non solo: “È complicato chiedere conto e poi mi chiedevo anche: ho il diritto di chiedere conto a mio padre della sua vita? È la sua, però è anche la mia. Forse sì, in un certo senso sì, ma quanto diritto ho io di chiedergli conto delle cose che ha fatto lui alla sua età, ora che è una persona così anziana. Chi ce l’ha il coraggio?”.

Il libro di Pini non è lettura prêt-à-porter. Il lettore deve “partecipare”, metterci tutta l’attenzione di cui è capace. Nella nota finale, la questione eterna di cosa sia la verità. Pini spiega che la “sua” è stata una rielaborazione: “La misura di ciò che posso dire non con l’esattezza della cronaca, ma con l’immediatezza del cuore”. Le storie, annota, “proprio come la verità e come i ricordi, sono sempre rielaborazioni di qualcosa che ci portiamo dentro da molto prima che quelle stesse storie esistessero, o anche solo cominciassero a prendere una qualche forma in noi. E quella forma si chiama, sempre, desiderio”. Una “chiusa” che in realtà è l’inizio.

Agnese Pini – La verità è un fuoco – Garzanti

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