Proposta Radicale 32/33 2025
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Per morire si deve  aprire una trattativa?

di Maria Antonietta Farina Coscioni e Ilaria Cucchi   

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Esercito europeo, ineludibile questione

di Francesco Perpignano

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Tutti i dubbi sul Decreto Sicurezza

di Guido Salvini

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Parte da Bologna l’attacco al mattone di Stato

di Daniela Delvecchio e Salvatore Sechi

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La farsa di due popoli, due Stati

di Michele Minorita

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Una nuova Europa per difendere libertà e diritti

di Winston Churchill

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Per morire si deve aprire una trattativa?

Per morire si deve aprire una trattativa?

di Maria Antonietta Farina Coscioni e Ilaria Cucchi   

Chi ha evocato ed evoca l’intervento legislativo che possa ampliare le scelte di fine vita, rimarrà profondamente e amaramente deluso. La via italiana scelta dalla maggioranza è quella della burocratizzazione del morire. Il contrario di ciò che accadrebbe oggi se tutti i cittadini fossero messi nelle condizioni di conoscere i diritti del morente e del sofferente, cioè il vivere e morire senza soffrire. Ecco che l’ultimo anelito di respiro di Marina Ripa di Meana, quel “Fallo sapere, fatelo sapere” sulla sedazione palliativa profonda, rimbomba nei nostri pensieri. Di suicidi e suicidati parlava Pannella a proposito delle carceri italiane. Sarà davvero come essere in prigione, per una persona, poter scegliere di morire nel nostro Paese, se dovesse passare l’istituzione del Comitato Nazionale di Valutazione (Etica nella bozza in origine). Sarà “l’organo competente a rilasciare, su richiesta dell’interessato (che poi è il malato o disabile, ndr) parere obbligatorio circa la sussistenza o meno dei requisiti per l’esclusione della punibilità di chi agevola l’esecuzione del proposito di fine vita, formatosi in modo libero, autonomo e consapevole, di una persona maggiorenne, inserita nel percorso di cure palliative, tenuta in vita da trattamenti sostitutivi di funzioni vitali e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche intollerabili, ma pienamente capace di intendere e di volere…”.

Come è, letteralmente, morire di burocrazia è così spiegato!

I sette componenti del Comitato di Valutazione, un giurista, un bioeticista, un anestesia-rianimatore, un palliativista, uno psichiatra, uno psicologo e un infermiere, ricevuta la domanda di aiuto al suicidio acquisiscono il parere – non vincolante – di uno specialista della patologia di cui soffre l’interessato. Devono pronunciarsi entro sessanta giorni, ma possono salire a novanta in caso di richiesta di un malato che preveda l’assunzione di farmaci off-label, per acquisire un altro parere, sempre non vincolante, del Centro di coordinamento nazionale dei comitati etici territoriali per le sperimentazioni cliniche sui medicinali per uso umano e sui dispositivi medici.

Ma il tempo di rilascio del parere può essere ulteriormente prorogato, in caso di motivate esigenze da parte del Comitato stesso. Come se non bastasse il parere rilasciato dal Comitato è valutato dall’autorità giudiziaria ai fini della non punibilità dei concorrenti nel reato di cui all’art. 580 del Codice penale, ai sensi e per gli effetti della sentenza della Consulta, nota come sentenza Dj Fabo. 

Il suicidio assistito è una scelta durissima per chi la compie e per chi sta accanto, Luca Coscioni morto di sclerosi laterale amiotrofica, ricordava. Se davvero il Comitato di Valutazione passasse, una disumana burocrazia allungherebbe i tempi per realizzare la volontà del malato: richieste, autorizzazioni, valutazioni di Comitati etici, della autorità giudiziaria che perpetuerebbero il dolore del morente. Luca Coscioni, quando non ha voluto attaccarsi alla macchina per respirare artificialmente, è stato accompagnato alla morte, semplicemente.

Non volere la tracheostomia è stata una scelta invalicabile che ha escluso anche i più cari. Nessuno poteva cambiarla, solo rispettarla. Questo dovrebbe fare lo Stato. Tentare di disegnare il perimetro del recupero dei temi della dignità della vita e della morte, per dare risposte ai problemi reali di malati e disabili sofferenti nel corpo e nello spirito che chiedono di lasciare dignitosamente la vita. Quanto tempo occorre aspettare? Il dolore e la sofferenza sono parte dell’esistenza. Temi che richiedono di essere maneggiati con cura e rispetto perché in politica “il fare” conta solo se al centro ci sono gli esseri umani. Solo questo è importante. Non è come in un videogame, dove a ogni quadro c’è un pericolo, e un premio se lo superi. Arrivare alla fine (della vita) spesso è roba per giocatori forti, motivati e appassionati. Non è un gioco quello di battersi per dei diritti, anche quando tatticismi e opportunismo parlamentari sembrano ostacoli insormontabili. Non si gioca sulla pelle dei più fragili perché: per morire non si dovrebbe aprire una trattativa con un Comitato di valutazione. 

Esercito europeo, ineludibile questione

Esercito europeo, ineludibile questione

di Francesco Perpignano

Ex malo bonum?, dal male viene il bene? Forse in questo caso, con prudenza e cautela, non è avventato scomodare Sant’Agostino. Può accadere, che li si debba ringraziare, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e l’autocrate del Cremlino Vladimir Putin.

Sono responsabili (non solo loro, beninteso) dell’inquietante sconquasso che agita i quattro angoli del mondo. In particolare, Italia ed Europa sono messe con le spalle al muro. Putin con la sanguinosa aggressione all’Ucraina; Trump, dopo una quantità di roboanti “avvertimenti”, sembra davvero intenzionato a passare a concrete vie di fatto e non intende più garantire, come in passato, sicurezza e protezione militare.

Maria Romana De Gasperi racconta che il padre Alcide pianse quando comprese che, per la sciagurata opposizione della Francia, l’esercito europeo non si sarebbe fatto. È venuto il tempo di asciugarle, quelle lacrime. Peccato che si sia perso tutto questo tempo. Ovvio che botte piena e moglie ubriaca sono incompatibili. Toccherà fare delle scelte, ineludibili, se davvero si vuole dare vita al tanto evocato e auspicato “esercito europeo”; se non ci si vuole limitare a mere, inutili dichiarazioni di principio e affrontare seriamente la questione.

Occorre innanzitutto capire quello che serve. Non è tanto questione di carri armati, cannoni, fucili. Occorre (la guerra in Ucraina docet) disporre di migliaia e migliaia di droni. Occorre che siano dotati di dispositivi tecnologici che consentano di viaggiare in autonomia. Occorre finanziare programmi di ricerca che siano in grado di neutralizzare gli ordigni che altri possono scagliarci. Occorre dotarci di marchingegni come i Pager usati dagli israeliani contro i terroristi di Hezbollah. Occorre stabilire catene di comando: esercito comune significa superare la babele di lingue e competenze, far capo a un’unica centrale decisionale. Occorre investire e acquistare in modo coordinato (e non come ora in ordine sparso) tecnologia digitale a uso militare. Occorre produrre autonomamente, per non dover dipendere come ora da potenze che un giorno potrebbero non avere più interesse a sostenerci. Significa che si gettano subito le basi per una progressiva autonomia, tattica e strategica.  In buona sostanza, se davvero si vuole essere Stati Uniti d’Europa e cogliere lo spirito del molto spesso citato “Manifesto di Ventotene”, occorre acquisire la consapevolezza che si è “comunità” europea, non solo nazionale.

Nove “occorre” e tutti e nove urgono: i tempi di attuazione non saranno immediati; per questo (decimo “occorre”) le fondamenta vanno gettate fin da subito. Si è perso anche troppo tempo. C’è un undicesimo “occorre”: tutto questo ce lo dobbiamo pagare di tasca nostra. È un rude brutale “svegliatevi europei!”, quello che ci viene da Trump e da Putin. Se ci si desterà, ecco “l’ex malo bonum”.

Tutti i dubbi sul Decreto Sicurezza

Tutti i dubbi sul Decreto Sicurezza

di Guido Salvini

Il Decreto-legge cd Sicurezza, convertito in legge il 4 giugno, non è nato affatto bene perché è frutto di una approvazione accelerata e contratta volta a “saltare” le critiche in merito al suo contenuto essenzialmente repressivo con l’introduzione di nuovi reati e l’aumento di molte pene visti come unica soluzione.

Quell’insieme di norme, infatti, invece di rimanere nell’alveo di un disegno di legge che prevede una ampia discussione in Parlamento, che era già iniziata, sono state trasformate in un Decreto-legge adottato dal Governo che per sua natura è immediatamente operativo ed è passibile solo di qualche ritocco al momento della sua conversione in aula. C’è stato quindi uno svilimento del ruolo del Parlamento.

Il Massimario della Cassazione, forse proprio per questa ragione e cioè il modo affrettato con cui sono state approvate le nuove norme, ha hai dato una relazione in cui, oltre a sottolineare come mancassero requisiti della necessità ed urgenza per procedere con un Decreto-legge, sono esposte le criticità e contraddittorietà di molti articoli e loro possibile passaggio al vaglio della Corte costituzionale. In verità si è trattato anche di un colpo un po’ a tradimento nei confronti del Ministro della Giustizia perché le critiche e la possibile incostituzionalità di nuove norme sono di competenza delle sentenze della Cassazione e, se del caso, della Corte Costituzionale. Non del Massimario che non ha compiti giurisdizionali, e deve solo spiegare e riassumere le sentenze, non anticiparle. Ma, lo sappiamo, la guerra tra Governo e Magistratura si combatte senza esclusione di colpi. Comunque, per non peccare di atteggiamento critico a tutti i costi vi sono nel Decreto alcune innovazioni certamente condivisibili. Ad esempio, in tema di occupazione abusiva di alloggi, al di là dell’eccessivo aumento delle pene per questo reato, è giustamente prevista la reintegrazione immediata del possesso dell’immobile per chi ne sia stato spogliato, soprattutto quando era l’unica abitazione effettiva, con una procedura rapida che prevede l’intervento del Pubblico Ministero e del giudice.

Sono anche certamente condivisibili gli interventi previsti a sostegno delle vittime di usura in particolare nella procedura per concedere mutui agevolati in favore di chi sia stato rovinato da tale reato. E così gli interventi penali volti a fronteggiare, anche con la possibilità dell’arresto in flagranza, il fenomeno delle truffe in danno degli anziani.

Altre modifiche invece sono inutilmente repressive. Ad esempio per l’impedimento alla circolazione su strada ordinaria o ferrata, e cioè il cd blocco stradale, non è più prevista una semplice sanzione amministrativa ma una sanzione penale sino a 2 anni e 8 mesi di reclusione anche se la norma rimane del tutto indefinita per cui il reato può scattare anche a seguito dell’occupazione di una strada per brevi momenti, soprattutto in occasione di manifestazioni sindacali o comunque di protesta e con il rischio quindi di entrare in contrasto con la libertà di manifestazione.

È introdotta poi la punibilità, con pene severe, anche della semplice resistenza passiva senza violenza in occasione di proteste in carcere, con il rischio di sanzionare anche il semplice rifiuto del cibo o di partecipare all’ora d’aria. Nel contempo non è affrontato in alcun modo il problema della vivibilità nel sistema carcerario. Negli ultimi 6 anni sono 23.500 i detenuti che lo Stato ha dovuto indennizzare per le condizioni inumane della vita in carcere in violazione dell’articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

Nel decreto vi è anche un restringimento del trattamento in favore delle madri che dovrebbero essere detenute in carcere in esecuzione di una pena. Ora diventa solo facoltativo e non più obbligatorio non applicare la detenzione carceraria per le madri che hanno un figlio di età inferiore a un anno, anche se la pena dovrà essere scontata in un ICAM, cioè in un Istituto di custodia in forma attenuata per le madri con figli minori, certamente più vivibile. Per le madri con figli inferiore ai tre anni la detenzione in un ICAM, invece di un carcere normale, diventa inoltre solo facoltativa. Sul piano umanitario e dell’attenzione verso i diritti dei minori queste restrizioni danno luogo a molti dubbi soprattutto perché non si accompagnano ad un impegno ad allestire nuovi ICAM, cioè di Istituti di custodia in forma attenuata per le madri con figli minori, certamente più vivibili. Attualmente ce ne sono solo quattro in tutta Italia.

Anche il divieto di vendita della cd Cannabis light, e cioè le infiorescenze della pianta, appare eccessivo in mancanza di evidenze scientifiche in merito ad una loro pericolosità data la bassissima percentuale di THC, cioè la sostanza che effetto psicotropo, che contengono. Del resto in molti altri paesi europei questo divieto non esiste e questi prodotti sono in libera vendita.

Un discorso a parte meritano le modifiche in tema di “garanzie funzionali” degli appartenenti ai Servizi di sicurezza cioè, in estrema sintesi, i reati di cui essi possono essere formalmente responsabili nell’ambito della loro attività di raccolta di informazioni e di infiltrazione ma per i quali non sono punibili appunto perché avvenuti nel corso di operazioni autorizzate dalla Presidenza del Consiglio o dagli organismi di cui gli agenti fanno parte. È una possibilità già prevista dalla legge sulla riforma dei Servizi di sicurezza del 2007 ma il Decreto ha ampliato l’elenco dei reati per i quali l’infiltrazione è possibile aggiungendo l’“organizzazione” di associazioni eversive interne o internazionali e la detenzione di esplosivi o di manuali per il loro uso o altro materiale eversivo anche informatico, pensato quest’ultimo soprattutto per il terrorismo internazionale.

Qualcuno ha detto che in questo modo vi sarebbe la “legalizzazione del terrorismo di Stato”. In realtà è poco più che uno slogan ma serve per spiegarsi meglio. La norma, l’art. 31 del Decreto, è scritta in modo pessimo ma comunque non autorizza alcun agente dei Servizi a “creare” alcuna organizzazione terroristica ma semplicemente a infiltrarsi, anche sino ai vertici, di una organizzazione che già esiste. Finti organizzatori, dunque, siamo quindi sempre nel campo della simulazione come tale non punibile.   Anche la detenzione di esplosivi o di manuali che insegnano il loro uso non significa certo che essi siano utilizzati ma serviranno solo per rendersi credibili dinanzi soggetti con cui si entra in contatto nell’ambito della raccolta di informazioni.

In realtà questa non è una novità nel settore dell’intelligence. Negli Stati Uniti e in Sudamerica, infatti, vi sono sempre stati agenti sotto sotto copertura, uno era il famoso italo-americano Frank Serpico, che si infiltrano sino ai vertici delle organizzazioni dei narcotrafficanti e agli incontri ove sono decisi i traffici a livello internazionale perché non avrebbe senso spendere uomini ed energie per infiltrarsi solo tra gli spacciatori di strada.

Certo il crinale è stretto: lo scopo è quello di acquisire informazioni su quello che sta accadendo, non contribuire a provocarlo. E il limite è molto sottile. Ad esempio, anche la semplice presenza ad una riunione di vertice di una organizzazione in cui l’agente sotto copertura finge di essere d’accordo può rafforzare o essere determinante per la decisione del gruppo di commettere un’operazione criminale. E questo non deve accadere. In questi casi sarà spesso necessario sventare subito l’evento criminale avvisando la Polizia giudiziaria e la magistratura, anche a costo di rischiare che così l’informatore sia “bruciato” e quindi non più utilizzabile.

Non credo certo che nemmeno a seguito delle nuove norme, si possa tornare ai “Servizi deviati” di un tempo. Tuttavia, dovrebbero essere previste maggiori verifiche che le modifiche ampliative rendono più che mai necessarie.  Per questo vi era stata, in particolare da parte dai partiti di opposizione, la proposta, resa di fatto inattuabile dallo strumento del Decreto-legge, di prevedere per ogni singola operazione un controllo quantomeno a posteriori del Parlamento e del suo organo di vigilanza sull’attività dei Servizi, il COPASIR, che è presieduto per la legge da un rappresentante dell’opposizione. Un controllo che invece non è stato previsto. Ricordando sempre che ogni attività “coperta”, anche utile per il Paese, incontra sempre precisi limiti e cioè, come spiega la stessa legge istitutiva dei Servizi di informazione, che chi agisce, autorizzato, per fini istituzionali può “formalmente” commettere reati purché non mettano in pericolo la vita, l’integrità fisica, la libertà personale, la salute o l’incolumità delle persone. E questi limiti devono restare invalicabili e il loro rispetto deve sempre essere sottoposto alle più attente verifiche a tutela delle istituzioni democratiche e dei cittadini.

Parte da Bologna l’attacco al mattone di Stato

Parte da Bologna l’attacco al mattone di Stato

di Daniela Delvecchio e Salvatore Sechi

Stefano Scalera, dirigente del demanio ed ora ceo di Invimit, ha predisposto un grande piano di investimenti e di vendite del patrimonio immobiliare pubblico. A leggere l’ampia sintesi che ne hanno offerto i giornali si tratta di un’operazione di rilevanza pari – anzi con più moduli e impegni – al piano-case degli anni ‘50 di Amintore Fanfani.

Con lui il governo di Giorgia Meloni deve, però, decidere una questione giuridica preliminare ed elementare: gli immobili ex-previdenziali si vendono sulla base di una legge (n. 410\2001) e di un decreto ministeriale (emanato nel 2003 dal ministro dell’economia Giulio Tremonti) che li rubrica come di pregio se sono ubicati al centro delle città o secondo la classificazione del loro valore che le agenzie del territorio (cioè, il catasto), invece, rubrica di civile abitazione? Se prevalesse questa seconda interpretazione, le migliaia di inquilini che in questi anni hanno riscattato i loro alloggi come beni di pregio sono pronti a dare vita ad un fiume inarrestabile di azioni legali di rivalsa. Hanno, infatti, pagato prezzi di acquisto che non corrispondono al valore rinvenibile nelle classificazioni degli archivi catastali. Infatti, negli atti di vendita spesso, per non dire mai, non risulta che l’oggetto della negoziazione prima e della consegna in proprietà poi fosse un bene residenziale classificato A1, ossia di lusso. Anzi l’Agenzia del territorio lo indica come A2, A3 ecc. Questa incredibile omissione è solo e sempre pudore e discrezione?

Si va, dunque, verso l’ultimo atto della lunga storia del mattone di Stato che è iniziato nel 2008 quando l’immensa proprietà edilizia degli enti ex-previdenziali confluisce nelle mani dell’Inps. Era andata piuttosto male la cartolarizzazione (Scip2) di queste proprietà inaugurata da Tremonti. Quindi per legge, gli immobili sono finiti nei fondi di investimento di Invimit, il braccio operativo sul terreno immobiliare dell’Inps. L’ostacolo principale alla vendita si è rivelato il presunto pregio delle abitazioni. A sancirlo fu un decreto-legge del 2003 in cui l’unico parametro di valutazione del bene era la sua ubicazione in centro storico. In tutta Italia ne derivò un’infinità di lunghi, macchinosi e artificiosi contenziosi. Perché si possa parlare di abitazioni di lusso, occorre tenere presente una mappa lunga e sinuosa. Deve esserci una piscina o avere un’estensione di 240 mq o rifiniture edili\lignee di particolare preziosità o un’esposizione sul verde o su piazze centrali ecc. Dove rinvenire questi caratteri nell’ampia gamma dei beni immobiliari messa in vendita da Inps e Invimit? Il contenzioso trascinatosi per decenni è ancora in essere.

I conduttori di questi alloggi avevano maturato i titoli per acquistarli alle condizioni stabilite dall’allora ministro del lavoro Cesare Salvi. Ma quando il governo Berlusconi, attraverso il ministro dell’Economia Tremonti, improvvisamente decise la trasformazione di tali alloggi in beni di pregio (o di lusso che si voglia chiamarlo), il grande progetto di alienazione\privatizzazione si è arenato. I prezzi di vendita richiesti sono lievitati e sono cambiate le condizioni. Per un’abitazione di 140 mq si è passati da 233 mila a 517 mila euro. Di conseguenza, tutto è stato affidato alle sentenze dei tribunali nonché allo sfinimento fisico degli acquirenti. Erano, e sono, per lo più dipendenti dello Stato in avanzatissima età. Una guerra totale, dunque, in cui sono stati coinvolti tutti i governi. Da quelli diretti da Berlusconi all’attuale di Giorgia Meloni, con Giancarlo Giorgetti alla testa del Ministero dell’Economia. Ora un gruppo di inquilini bolognesi si è rivolto alla Corte di Cassazione per avere un giudizio definitivo. Com’è nata questa nuova turbolenza sull’assegnazione finale del mattone di Stato?

L’epicentro è Bologna. Centinaia di inquilini presso la Corte d’Appello un paio di anni fa hanno inteso contestare le modalità procedurali e contrattuali. Ma il pomo della discordia era, ed è, il prezzo di vendita delle abitazioni che essi conducono da circa trenta anni.

Anche per questi nel 2003 il Decreto Ministeriale di Tremonti, di concerto con l’Agenzia del Territorio e con l’Osservatorio degli enti ex-previdenziali, aveva stabilito l‘inedito principio che gli immobili in vendita inclusi nelle aree del centro delle città, erano da considerarsi di pregio. Pertanto, il prezzo da pagare per l’acquisizione delle case occupate e da Tremonti alienate, avrebbe subito un sensibile aumento rispetto a quello precedentemente definito dal ministro Salvi per le condizioni improvvisamente mutate.

Il contenzioso venne, si direbbe magicamente, risolto dopo circa vent’anni da due sorprendenti sentenze (l’ultima è del 2024) della Corte d’Appello del capoluogo emiliano. Ad avviso dei giudici il problema del prezzo di vendita non esisteva proprio perché, a loro avviso, gli immobili non erano mai stati offerti in vendita, se non solo dopo il 2003 in seguito al decreto del pregio inesistente.    Gli affittuari, scrissero i magistrati, non avevano capito che l’intento del proprietario (cioè lo Stato) non era di cederli a chi li occupava da decenni, come tutti gli altri nel frattempo venduti, ma soltanto di accertare se essi avevano qualche interesse ad acquistarli!

Per arrivare a questa conclusione, definibile da molti come stupefacente, le Corti d’Appello di primo e secondo grado si avvalsero semplicemente di un solo documento firmato da un inquilino. Chi può dire che fosse omologo a oltre un centinaio di altri? La causa da alcuni mesi è stata trasferita in Cassazione sostenuta oramai da una frangia del vasto gruppo.

Dopo oltre venti anni di attesa sono ormai sfiniti. Si sono resi conto che la loro è una lotta contro i mulini a vento. Confessano di non disporre dei fascicoli giudiziari necessari per   conoscere l’andamento del contenzioso e poter ponderare le proprie decisioni. Nel frattempo, comunque, dopo vent’anni il divario tra il mondo irreale della dismissione degli immobili ex-previdenziali, sostenuto da Inps e Invimit, e la realtà si è allargata in misura inverosimile.

L’Agenzia del Territorio, vale a dire il catasto di Bologna, non ha mai riclassificato tali immobili come edifici di pregio (A1). Risulta, anzi che tale classificazione è raramente riscontrabile nel centro storico bolognese e forse anche di molte altre città italiane. Al contrario è risultata una qualifica minore, cioè di pura e semplice civile abitazione (A2) e in taluni casi addirittura di tipo economico (A3). Come peraltro la maggior parte delle unità in questione sino al 2004, riclassificate solo per l’occasione anche senza alcuna miglioria o trasformazione. 

Infatti, il complesso urbano, proprietà dello Stato dal 1961, sorto su un impianto storico per lo più non di pregio, ha subito negli ultimi secoli un’evoluzione di tipo speculativo popolare. A testimoniarlo è lo stato attuale di tali immobili. Dietro una leggera cortina di stampo borghese nelle strade principali, intorno a piazza Maggiore, mostra un enorme caseggiato di oltre venti metri di altezza. In parte fatiscente e di scarsissima qualità edilizio-architettonica. Si può parlare anche di stato avanzato di degrado di tali beni. Infatti, dopo diversi decenni dall’epoca della costruzione sono mancati ogni cura e degli interventi di manutenzione, adeguamenti e tutte le verifiche del caso.

La legge 410 del 2001, proprio in fase di dismissione di questi immobili ha attribuito chiaramente non agli inquilini, ma alla proprietà (lo Stato) o alle società, l’onere della salvaguardia e conservazione fino alla loro cessione. Com’è noto, il livello di degrado e fatiscenza fa decadere la qualifica di pregio di un alloggio. Infatti, l’impoverimento dei requisiti edilizi, strutturali e infrastrutturali, incide sostanzialmente anche nella valutazione economica dello stesso bene.

C’è poi un’ulteriore questione che non va sottovalutata. La legislazione vigente sancisce che ai beni immobiliari di pregio si debbano applicare prelievi fiscali adeguati, cioè molto più elevati che non agli immobili classificati come civile abitazione. L’Inps e l’Invimit possono citare qualche esempio che dimostri quando, come e dove le aliquote tributarie, sancite dalla legislazione in vigore, siano mai state applicate alla grande quantità di abitazioni di pregio ancora in loro possesso e/o da loro vendute?

La loro argomentata risposta avrebbe un grande rilievo non solo sociologico. Se affermativa sarebbe infatti un’ulteriore prova docu mentale che la categoria A1 negli archivi delle Agenzie del Territorio di Bologna (e probabilmente di tutta l’Italia) non esiste in tali casi.

In conclusione, ci si domanda: è infondato il sospetto che il pregio del mattone di Stato viene evocato da Inps e Invimit solo in funzione del maggiore costo da proporre (o infliggere, secondo i più maliziosi) agli inquilini?

La farsa di due popoli, due Stati

La farsa di due popoli, due Stati

di Michele Minorita

Dovere di ricordare, lo si dice spesso, lo dicono tutti. Ma si può ricordare solo se si sa. Il diritto alla conoscenza che quel “sognatore” di Marco Pannella voleva fosse sancito nella carta dei diritti fondamentali dell’ONU. Un diritto da difendere e conquistare ogni giorno…

Uno scrittore israeliano conosciuto anche fuori dai confini del suo paese, Eskol Nevo, ha scritto una sorta di apologo. Tutto parte da un buffo e insieme fastidioso incidente domestico: la figlia ha un sonno profondo, non si sveglia; lui torna a casa la sera tardi, non ha le chiavi, non riesce a farsi aprire; per farla breve, trascorre la notte in un bar aperto che non chiude mai, assieme alla composita umanità che nel corso delle ore vi transita.

Quando finalmente la ragazza si sveglia e lo scrittore può tornare a casa, “fuori è ancora scuro”. Una metafora: “In un certo senso, penso, tutto quest’anno è stato un’unica lunga notte nera popolata da incubi, calata sugli abitanti di Israele, sugli abitanti di Gaza e sugli abitanti del Libano, a precipitare le loro vite nel buio. È ora che si levi il sole”.

È ora che si levi il sole. Un’alba, almeno, così dicono tanti, consiste nel cessate il fuoco, nel rilascio degli ostaggi rapiti, quelli ancora vivi; la creazione di due Stati per due popoli.

Magari l’ordine esatto dovrebbe essere: rilascio degli ostaggi, cessate il fuoco. In quanto ai due Stati: tutti ne parlano, presidenti di Stati e capi religiosi, Pontefice in testa: sembra una formula magica.

Si omette d’aggiungere: “democratici”. I due popoli dovrebbero poter vivere in due Stati democratici. Israele, con il suo milione di contraddizioni e tante gravi, democrazia lo è. Uno Stato palestinese, se per una qualche magia dovesse nascere domani, sarebbe oppresso da Hamas e da chi Hamas sostiene, il regime teocratico iraniano. Tutto meno che una democrazia. Uno Stato sotto il tallone di Hamas non garantisce nulla a nessuno: né a Israele, né ai palestinesi, né a tutto il mondo che si riconosce, sia pure con mille contorsioni e ipocrisie, nei valori e nei principi della libertà, del diritto, della democrazia.

Sempre per quel che riguarda i due popoli e i due Stati, non è così semplice. Omri Boehm, filosofo noto per i suoi lavori su Kant e i suoi scritti su Israele e sul sionismo, professore associato alla New School for Social Research, ci ricorda che nello statuto di Hamas si può leggere che “…l’Ultimo Giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno, e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra o l’albero diranno: o musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me, vieni e uccidilo”.

Per Boehm “la dottrina dei due Stati è diventata un modo per calpestare continuamente i diritti dei palestinesi mantenendo al contempo l’illusione del compromesso”. Aggiunge che “la dottrina dei due Stati è diventata un modo per mantenere una facciata di impegno per la pace, mentre in realtà si sacrifica la pace sull’altare della sovranità nazionale”. Ma che fare, in alternativa all’esistente e a quello che molti invocano?

Una repubblica federale, propone Boehm, consapevole di quanto questo percorso sia irto di difficoltà e faticoso e lungo. Ma questo non annulla il fatto che “la dottrina dei due Stati è diventata una farsa”. Infine: “la pace può essere pensata solo assieme alla possibilità che, un giorno, la cittadinanza della regione sia condivisa, o almeno si arrivi a una Costituzione comune che ponga la dignità e i diritti umani al di sopra della sovranità nazionale… Una federazione”.

Chi saremo?, si è domandato lo scrittore David Grossman. La risposta, dice Boehm, è “essere disposti a stare insieme e a dire: noi abitanti di questo territorio, incarneremo gli ideali che preservano la pacifica convivenza”. In buona sintesi, la triade: libertà, diritto, democrazia.

Quello che diceva, e per cui si batteva, Marco Pannella. Boehm e Pannella, dunque, due “sognatori”. Magari qualcuno penserà che si tratterebbe di un miracolo. A questo punto è uno dei padri fondatori d’Israele, David Ben Gurion, a venirci in soccorso: per essere realisti, occorre credere ai miracoli.

Una nuova Europa per difendere libertà e diritti

Una nuova Europa per difendere libertà e diritti

di Winston Churchill
Quello che segue è il discorso che Winston Churchill tenne agli studenti dell’università di Zurigo il 19 settembre 1946. Tema: l’Europa. La necessità imperativa di superare barriere e confini e realizzare una autentica “Unione”. Questione, come si vede, più che mai attuale e urgente.

Signor Rettore, Signore e Signori, sono onorato dell’odierna accoglienza nella vostra veneranda Università e del messaggio di ringraziamento che mi è stato consegnato a nome vostro e che ho apprezzato molto.

Vorrei parlarvi del dramma dell’Europa. Questo nobile continente, che comprende nel suo insieme le regioni più ricche e più favorite della Terra, gode di un clima temperato ed uniforme ed è culla di tutte le grandi etnie del mondo occidentale. Qui è la fonte della fede cristiana e dell’etica cristiana. Qui è l’origine di gran parte delle culture, delle arti, della filosofia e della scienza, nell’antichità come nei tempi moderni. Se un giorno l’Europa si unisse per condividere questa eredità comune, allora tre o quattrocento milioni di persone godrebbero di felicità, prosperità e gloria in misura illimitata. Tuttavia, proprio in Europa è sorta quella serie di terribili conflitti nazionalistici, causati dalle Nazioni teutoniche nella loro aspirazione al potere, che in questo secolo ventesimo, e proprio durante la nostra generazione, abbiamo visto rovinare la pace e le speranze di tutta l’umanità.

E qual è la condizione in cui è stata ridotta l’Europa? Certo, alcuni piccoli Stati si sono ripresi veramente bene, ma in vaste regioni grandi masse tremanti di esseri umani tormentati, affamati, angosciati e confusi, guardano atterriti le rovine delle loro grandi città e delle loro case e scrutano il buio orizzonte nel timore di veder sorgere nuovi pericoli, una nuova tirannia o un nuovo terrore. Tra i vincitori, domina una babele di voci; tra i vinti il cupo silenzio della disperazione. A tutto questo sono arrivati gli europei, riuniti in così antichi Stati e Nazioni; a tutto questo sono arrivati i popoli germanici, sbranandosi a vicenda e spargendo rovina. Se la grande Repubblica al di là dell’Oceano Atlantico non si fosse infine resa conto che la distruzione o la riduzione in schiavitù dell’Europa avrebbe potuto coinvolgere anche il suo destino, e non ci avesse teso la mano in soccorso e guida, sarebbero tornate le epoche buie in rutta la loro crudeltà ed il loro squallore. E, signori, possono ancora tornare.

Eppure, esiste un rimedio che, se fosse generalmente e spontaneamente adottato dalla grande maggioranza dei popoli in molti Paesi, come per miracolo potrebbe trasformare l’intera scena e rendere in pochi anni tutta l’Europa, o almeno la maggior parte di essa. libera e felice com’è oggi la Svizzera.

Qual è questo rimedio sovrano? Esso consiste nella ricostruzione della famiglia dei popoli europei, o in quanto più di essa possiamo ricostituire, e nel dotarla di una struttura che le permetta di vivere in pace, in sicurezza e in libertà. Dobbiamo creare una specie di Stati Uniti d’Europa. Solo in questo modo centinaia di milioni di lavoratori saranno in grado di riconquistare le semplici gioie e le speranze che rendono la vita degna di essere vissuta. Il procedimento è semplice. Tutto ciò che occorre è che centinaia di milioni di uomini e donne decidano di fare il bene invece del male e di meritare come ricompensa di essere benedetti invece che maledetti.

Molto lavoro, signore e signori, è già stato fatto a tale scopo mediante gli sforzi dell’Unione paneuropea, che tanto deve al conte Coudenhoven-Kalergi e che orientò l’operato del Lunuso patriota e statista francese Aristide Liriand. Vi è anche questo immenso complesso di principi e procedure, che è stato creato tra grandi speranze dopo la Prima guerra mondiale, intendo (lire la Società delle Nazioni. La Società delle Nazioni non è fallita a causa dei suoi principi o delle sue concezioni. Essa è fallita perché gli Stati che l’avevano fondata hanno abbandonato i suoi principi. È fallita perché i governi di allora temevano di guardare in faccia la verità e di agire finché erano in tempo. Quel disastro non deve ripetersi. Vi sono quindi a disposizione molta conoscenza e lavoro preparatorio su cui ricostruire; ed anche dolorose esperienze pagate a caro prezzo. per motivare i costruttori.

Sono stato molto felice di leggere due giorni fa nei giornali, che il mio amico presidente Truman ha espresso il suo interesse e la sua simpatia per questo grande progetto. Non esiste alcuna ragione per la quale un’organizzazione regionale europea debba in qualche modo entrare in conflitto con l’organizzazione mondiale delle Nazioni Unite. Al contrario, io credo che questa più ampia sintesi di Nazioni può sopravvivere solo se si fonda su omogenei raggruppamenti naturali. Nell’emisfero occidentale esiste già un raggruppamento naturale. Noi britannici abbiamo il nostro Commonwealth di Nazioni, che non indebolisce l’organizzazione mondiale, ma al contrario la rafforza. Infatti, ne costituisce il principale sostegno. E perché non dovrebbe esistere un raggruppamento europeo, che potrebbe dare un senso di più ampio patriottismo e di cittadinanza comune ai popoli smarriti di questo inquieto e potente continente? E perché non dovrebbe occupare il posto che gli spetta tra gli altri grandi raggruppamenti, e contribuire a modellare i futuri destini dell’umanità. Affinché ciò possa compiersi, occorre un atto di fede al quale milioni di famiglie, parlanti lingue diverse, devono consapevolmente associarsi.

Noi tutti sappiamo che le due guerre mondiali che abbiamo vissuto, sono scaturite dalla vana passione di una Germania appena unificata di svolgere un ruolo dominante nel mondo. In questo ultimo combattimento sono stati commessi crimini e massacri, che non hanno paralleli sin dall’invasione dei Mongoli nel Quattordicesimo secolo e non hanno uguali in alcuna epoca della storia umana. La Germania dev’essere privata della capacità di riarmarsi e di scatenare un’altra guerra d’aggressione. Ma quando tutto questo sarà stato fatto, come verrà fatto, come si sta già facendo, bisogna finirla con la legge del taglione. Bisogna che vi sia quello che Gladstone diversi anni fa chiamava “un atto salutare di dimenticanza”. Dobbiamo tutti voltare le spalle agli orrori del passato. Dobbiamo guardare al futuro.

Non possiamo permetterci di trascinare per gli anni a venire gli odi e le vendette nate dalle ferite del passato. Se l’Europa dev’essere salvata da una miseria senza fine e, in definitiva, dalla rovina finale, bisogna che vi sia questo atto di fede nella famiglia europea e questo atto di oblio verso tutti i crimini e le follie del passato.

Possono i popoli liberi d’Europa elevarsi a livello di questa disposizione dell’animo e dell’istinto dello spirito umano? Se lo possono, i torti e le ferite che sono stati inflitti verranno cancellati da tutte le parti con le privazioni sopportate. Vi è ancora bisogno di altri fiumi di sofferenze? L’incorreggibilità umana è la sola lezione della Storia? Che regni la giustizia, la pietà e la libertà! I popoli devono solo volerlo, e tutti realizzeranno il loro desiderio più caro.

Vi dirò ora qualcosa che vi sorprenderà. Il primo passo verso la ricostruzione della famiglia europea dev›essere un›alleanza fra la Francia e la Germania. Solo così la Francia potrà recuperare il suo ruolo di guida morale e culturale dell›Europa. Non vi può essere rinascita dell›Europa senza una Francia spiritualmente grande e senza una Germania spiritualmente grande. La struttura degli Stati Uniti d›Europa, se costruita bene e con lealtà, sarà tale da rendere meno importante la forza materiale di un singolo Stato. Le Nazioni piccole conteranno come le grandi e verranno considerate per il loro contributo alla causa comune. I vecchi Stati e principati della Germania, riuniti liberamente per reciproca convenienza in un sistema federale, potranno prendere i loro posti individuali in seno agli Stati Uniti d›Europa. Non tenterò di fare un programma dettagliato per centinaia di milioni di uomini che vogliono essere felici e liberi, prosperi e sicuri, e che vorrebbero godere delle quattro libertà di cui ha parlato il grande presidente Roosevelt, e vivere secondo i principi ancorati nella Carta Atlantica. Se tale è il loro desiderio, se tale è il desiderio degli europei di così tanti Paesi, devono soltanto dirlo, e si troverà certamente il mezzo e verranno create le istituzioni per portare questo desiderio alla sua piena realizzazione.     Ma devo avvertirvi. Forse rimane poco tempo. In questo momento godiamo di un periodo di tregua. I cannoni hanno smesso di sparare. I combattimenti sono cessati; ma non sono cessati i pericoli. Se dobbiamo costruire gli Stati Uniti d’Europa, non importa sotto quale nome, dobbiamo cominciare adesso.

Attualmente viviamo abbastanza stranamente e in modo precario sotto lo scudo e vorrei persino dire la protezione della bomba atomica. Finora la bomba atomica si trova solo nelle mani di uno Stato, di una Nazione che sappiamo non la userà mai, se non per difendere il diritto e la libertà. Ma può darsi che tra qualche anno questo orribile ordigno di distruzione sarà largamente diffuso, e la catastrofe che seguirebbe al suo impiego da parte di diversi paesi in guerra non solo metterebbe fine a tutto quello che noi chiamiamo civiltà, ma potrebbe persino disintegrare lo stesso globo terrestre.

Bisogna ora che vi riassuma le proposte che avete davanti. Il nostro fine costante deve essere di creare e rafforzare l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Sotto la direzione e nel quadro di questa organizzazione mondiale, dobbiamo ricreare la famiglia europea in una struttura che potrebbe chiamarsi Stati Uniti d’Europa. Ed il primo passo concreto sarà quello di costituire un Consiglio d’Europa. Se da principio non tutti gli Stati d’Europa vogliono o sono in grado di far parte dell’Unione, dobbiamo ciò nonostante continuare a riunire e ad organizzare quelli che vogliono e quelli che possono. Il mezzo per risparmiare agli uomini di ogni razza e di ogni paese la guerra e la schiavitù, deve poggiare su solide basi ed essere assicurato dalla disponibilità di tutti gli uomini e di tutte le donne a morire piuttosto che sottomettersi alla tirannia. E Francia e Germania devono prendere insieme la guida di questo urgente lavoro. La Gran Bretagna, il Commonwealth britannico, la potente America e, spero, la Russia Sovietica – perché allora tutto andrebbe bene – devono essere amici e sostenitori della nuova Europa e devono difendere il suo diritto a vivere e a risplendere.

Perciò vi dico: lasciate che l’Europa sorga!

iMagz