Nei n.14-15, 16-17, 18, 19-20, 21.22, 24-25 e 28-29 di “Proposta Radicale” abbiamo pubblicato le prime parti della relazione del dottor Guido Salvini, consulente della seconda inchiesta parlamentare sul caso Moro. Una relazione praticamente inedita, leggendola se ne possono intuire i motivi. Un testo interessante con diverse novità in un tentativo per la prima volta di una ricostruzione tecnica che cerca di superare quello che si sapeva, senza essere dietrologica.
Viene ora in rilievo la figura di Giustino De Vuono, nato a Scigliano in Calabria nel 1940, arruolatosi giovanissimo nella Legione straniera francese tra il 1958 e il 1963, legato alla criminalità organizzata e con un vasto curriculum di reati comuni ma anche responsabile del rapimento dell’ingegner Carlo Saronio, maturato nell’ambito dell’Autonomia operaia. De Vuono è stato indicato, sin dalle prime ore successive all’avvenuto sequestro, come implicato nell’operazione del rapimento dell’onorevole Moro, in veste di elemento di appoggio alle Brigate Rosse. In seguito, De Vuono è stato considerato anche come soggetto eventualmente coinvolto nella tragica conclusione della vicenda.
Infatti, il «volantone» diffuso dal Ministero dell’Interno già nell’immediatezza del rapimento poneva in rilievo, quali possibili autori del rapimento, le immagini di un gruppo di brigatisti ricercati tra cui spiccava anche la fotografia di Giustino De Vuono.
Certamente è di particolare interesse l’appunto esaminato con attenzione dalla seconda Commissione Moro, inviato dal Centro informativo della Guardia di Finanza di Roma al Ministero dell’Interno già la sera del 17 marzo 1978. Nell’appunto venivano riferite le notizie acquisite da «una fonte confidenziale degna di fede». La fonte aveva riferito sulla presenza di De Vuono, insieme a Lauro Azzolini e Rocco Micaletto, in quei giorni nella capitale e rendeva nota la probabile detenzione del sequestrato in una prima prigione munita di un garage, collocata a breve distanza da via Fani. A tale appunto seguivano, nei giorni successivi, altri due trasmessi in data 21 e 22 marzo, provenienti dalla medesima fonte, nei quali la zona in cui poteva essere custodito Aldo Moro veniva circoscritta al quartiere di Monte Mario ove si trovano via Licinio Calvo e via Massimi (134) . Si affermava che il prigioniero sarebbe stato spostato quanto prima nella «prigione del popolo».
La fonte aveva anche segnalato che una delle auto provenienti da via Fani, la Fiat 128 blu, era stata provvisoriamente ricoverata in un garage della zona, a circa 2 km dalla stessa via Fani, lungo la via di fuga. Tale indicazione è in perfetta sintonia con quanto accertato dall’attività di indagine della seconda Commissione Moro. Infatti, è stato definitivamente accertato che la Fiat 128 blu era stata recuperata in via Licinio Calvo solo la sera del 21 marzo 1978, a oltre tre giorni dalla strage di Fani (135) e quindi è del tutto ragionevole ritenere che, prima di quel momento, tale vettura, già segnalata e che doveva sfuggire alle ricerche, fosse stata nascosta in un luogo riparato disponibile lungo la via di fuga e che poteva certamente trovarsi in via Massimi. Certamente, tali informazioni confidenziali non costituiscono una prova. Tuttavia, esse rimangono di assoluto interesse e ripropongono degli interrogativi non risolti.
Innanzitutto, esse provengono dalla Guardia di Finanza, che non si occupa di regola di terrorismo. Questa circostanza la rende in qualche modo più attendibile, essendo difficile che essa fosse suscettibile di inquinamenti. In secondo luogo, l’informazione accosta la figura di De Vuono a quella di Lauro Azzolini e Rocco Micaletto, entrambi componenti del Comitato esecutivo delle Brigate rosse, tra gli artefici della decisione di rapire l’onorevole Moro.
L’indicazione dai due brigatisti non è quindi affatto peregrina e, benché non sia provata la loro presenza in via Fani, è logico ritenere che essi potessero trovarsi a Roma per coordinare lo svolgimento dell’azione. E proprio ai loro nomi è accostato quello di Giustino De Vuono, un’indicazione quindi che non può nascere dal nulla, non riguarda certo un personaggio pubblico e deve avere una logica. Vi è poi una evidente assonanza tra quanto riferito con tali appunti e quanto scritto il 16 gennaio 1979 dal giornalista Mino Pecorelli sul bollettino della sua agenzia Osservatorio Politico (O.P.). Infatti, l’articolo «Vergogna buffoni», dedicato proprio al sequestro Moro, si conclude con la frase, enigmatica ma indicativa: «Non diremo che il legionario si chiama “De” e il macellaio Maurizio».
L’indicazione del «legionario» non può che riferirsi a De Vuono, che – lo si ribadisce – aveva militato in gioventù nella Legione straniera francese, mentre «Maurizio» era il nome di battaglia di Mario Moretti, poi condannato tra gli esecutori materiali dell’omicidio dello statista.
Si deve sottolineare che l’articolo, pubblicato pochi mesi dopo il ritrovamento del corpo dell’onorevole Moro, quando ancora a livello investigativo non si sapeva praticamente nulla e poche settimane prima dell’omicidio per mano ignota dello stesso Pecorelli, contiene alcuni riferimenti molto significativi se letti con gli occhi di oggi.
Mino Pecorelli aveva ottimi contatti con i servizi di informazione ed il suo articolo sembra dimostrare che questi apparati, non molto tempo dopo i fatti e persino nei 55 giorni del sequestro, disponessero di importanti elementi di conoscenza in merito ai punti critici dell’intera vicenda. Non a caso, nell’articolo, pur con lo stile volutamente elusivo del giornalista, si parla di «furgone», di «garage nella disponibilità di persone compiacenti» (136), del «prete contattato dalle Brigate Rosse» (137) e del «passo carraio al centro di Roma» (138) che sarebbe comparso nella fase finale del sequestro.
Nell’articolo, oltre ai «messaggi» criptici ora ricordati vi è un esplicito riferimento al ruolo dell’inviato del governo statunitense Steve Piecnezik. Sono riferimenti di grande rilievo se si pensa che l’articolo è stato pubblicato pochi mesi dopo la morte di Aldo Moro. Pecorelli, quindi, centra nel suo articolo tutti gli snodi segreti e delicati dell’operazione Moro e non si può certo credere che egli da solo e con le sue sole intuizioni li abbia indovinati. Doveva contare su fonti molto informate e questo porta a ritenere che le possibili «terze presenze» nella vicenda Moro non siano solo quelle della criminalità organizzata.
Si torna ora a Giustino De Vuono e ai suoi continui spostamenti tra il 1977 e il 1978 tra l’Italia e il Sudamerica, dopo la sua evasione nel gennaio 1977 dal carcere di Mantova. La Commissione ha potuto acquisire, grazie all’apertura degli archivi paraguayani del periodo della dittatura militare, i c.d. Archivi del Terrore (139), una dettagliata informativa (già ottenuta dalla seconda Commissione Moro) redatta il 4 luglio 1981 dal Comando in capo delle Forze armate – Stato maggiore, II Dipartimento di Asuncion. Tale informativa riguardava la storia giudiziaria di De Vuono in Italia ed i reati per cui era ricercato dopo la sua evasione dal carcere di Mantova e soprattutto annotava i frenetici spostamenti di De Vuono, munito di numerosi documenti falsi, tra paesi di quel continente, tra cui lo stesso Paraguay e il Brasile. In particolare, De Vuono sarebbe entrato in Paraguay nel giugno 1977 e alla fine di quel mese si sarebbe spostato in Brasile e sarebbe rientrato ad Asuncion in Paraguay nell’agosto del 1978. Di conseguenza tra il giugno 1977 e l’agosto 1978 avrebbe ben potuto trovarsi in Italia per commettere azioni criminose come quella di via Fani.
Sempre con riferimento a De Vuono e all’attività di questa Commissione, un consulente ha proceduto all’audizione, sempre sulla base di apposita delega, di Alice Carobbio, compagna negli anni ‘70 del secolo scorso, di Carlo Casirati.
Casirati era stato protagonista insieme al professor Carlo Fioroni, legato all’Autonomia Operaia e proprio a Giustino De Vuono, del rapimento dell’ing. Saronio, conclusosi nell’aprile 1975 con la morte dell’ostaggio. Anche Saronio era in qualche modo simpatizzante per tale area politica. Proprio tale circostanza e quindi la conoscenza delle abitudini della vittima aveva suggerito al professor Fioroni e facilitato l’esecuzione del sequestro.
Nel corso dei processi celebrati dinanzi alla Corte d’Assise di Milano per il rapimento dell’ingegner Saronio, a De Vuono, condannato alla pena di 30 anni di reclusione, era stato attribuito un ruolo di semplice telefonista e quasi di comprimario del sequestro. Alice Carobbio ha invece riferito molto puntualmente (140) che De Vuono era stato l’elemento con mansioni operative nell’ambito della
predisposizione del sequestro. Infatti, egli aveva caricato Saronio, dopo averlo sorpreso sotto casa, a bordo della vettura (141), insieme ad altri due uomini facenti parte del suo entourage e da lui reclutati. Uno di costoro aveva poi premuto maldestramente sul viso dell’ostaggio uno straccio imbevuto di una sostanza simile al cloroformio che aveva in modo imprevisto provocato la morte dell’ostaggio. La testimone ha anche riferito che De Vuono, legato alla criminalità ma non ad una specifica cosca calabrese, era un vero «duro» che faceva paura, parlava sempre di pistole e di mitra ed era poi scomparso con una parte dei soldi provento del sequestro Saronio.
Tali circostanze del tutto nuove rafforzano l’ipotesi che De Vuono, per la sua eccellente abilità come tiratore, le sue capacità nell’eseguire un sequestro di persona e anche i precedenti rapporti con l’area di Autonomia Operaia, potesse essere la persona adatta a dare appoggio al gruppo che doveva operare in via Fani. Non vi è tuttavia allo stato alcuna evidenza certa della presenza di De Vuono in via Fani; vale però citare una somiglianza tra questi e l’identikit allegato al verbale di sommarie informazioni testimoniali di Lina De Andreis reso al Nucleo Investigativo Carabinieri di Roma in data 24 marzo 1978, che ritrae l’uomo che in via Fani l’aveva minacciata con lo sguardo.
Sulla figura di De Vuono è stata anche sentita, da un consulente della Commissione, Luciana De Luca, giornalista del Quotidiano del Sud che ha condotto una personale indagine sul campo utilizzando le sue conoscenze sul territorio. L’articolo frutto di queste ricerche, dal titolo «Giustino De Vuono, il calabrese del caso Moro. Quello che non avete mai letto», è stato pubblicato dal Quotidiano del Sud il 22 agosto 2021.
La giornalista non ha svolto specifici approfondimenti sul caso Moro ma sulla figura di De Vuono, sul quale ha fatto emergere elementi di conoscenza utili. Così è stata sentita da consulente della Commissione, in forza di apposita delega, il 26 maggio 2022. Luciana De Luca ha riferito che, sulla base di acquisizioni confidenziali ricevute da persone della massima attendibilità e serietà, a Scigliano di Calabria, De Vuono era considerato una sorta di mito per cui si nutriva comunemente ammirazione e al tempo stesso timore. Esercitava su tutti un timore reverenziale. Era noto che fosse espatriato in Paraguay e proprio per l’alone mitico della sua figura molti non erano convinti che fosse sepolto nel cimitero Scigliano (142), ma si dicevano convinti che in realtà avesse vissuto a lungo in Sudamerica anche dopo il 1994, data della sua presunta morte, e che forse fosse ancora vivente. D’altronde, in paese non vi era alcuna memoria, nonostante l’importanza del personaggio, del trasporto della salma nel cimitero e della celebrazione di un funerale.
Era accaduto anche un episodio indicativo quantomeno di suoi contatti ad alto livello. Infatti, verosimilmente negli anni ‘70, in un momento in cui De Vuono si trovava libero, era atterrato in un paese un elicottero con a bordo più persone che parlavano francese e costoro cercavano proprio De Vuono. Guardingo e abilissimo nel sottrarsi ad ogni tipo di ricerca (143), De Vuono era sicuramente un eccellente tiratore, tanto da esibirsi con la pistola sino a centrare la testa di un cerino alla distanza di 25 metri. Certo si tratta di elementi che provengono da convinzioni non verificabili ed eventualmente anche enfatizzate da chi le ha riportate alla giornalista.
Tuttavia, è anche di comune conoscenza nel suo paese di origine (appunto Scigliano) che De Vuono era in grado di esplodere colpi con le armi da fuoco riuscendo a centrare il bersaglio con una rosa di fuoco a raggiera, cosa che frequentemente faceva esercitandosi in paese o in campagna sparando contro i tronchi degli alberi o contro altri bersagli. Egli lasciava così una sorta di firma inconfondibile che deve aver alimentato, peraltro, questa sua fama leggendaria. Tali circostanze richiamano immediatamente quanto emerso dall’autopsia del corpo di Aldo Moro che aveva evidenziato (144) come numerosi colpi, all’emitorace sinistro, lo avessero raggiunto, intorno al cuore, lasciando tale organo praticamente indenne (145). Le circostanze di cui qui si tratta e che richiamano un ipotetico coinvolgimento di De Vuono nella tragedia dei 55 giorni, sono già state oggetto di alcune audizioni svoltesi dinanzi alla seconda Commissione Moro. Vale al riguardo richiamare l’audizione di monsignor Fabio Fabbri. Costui collaborò con monsignor Curioni, il quale aveva seguito passo passo l’intera vicenda della gestione del sequestro e dell’uccisione del Presidente
Moro, per conto della Santa Sede.
Inoltre, la stessa Commissione Moro II acquisì le dichiarazioni di un testimone presentatosi spontaneamente, la cui identità è tutelata da segreto, ma comunque di certa affidabilità, all’epoca stretto amico dello stesso Curioni. Dalle audizioni di questa persona e di Fabbri, ancorché esse risultino in parte secretate, si evincerebbe che, quando il monsignor Curioni era venuto a sapere di ferite concentrate sull’emitorace sinistro senza l’interessamento del muscolo cardiaco, presenti sul cadavere del Presidente Moro, aveva associato tale tipo di ferite ad una sorta di «firma» corrispondente al modo di sparare di De Vuono. Tale inferenza monsignor Curioni sarebbe stato in grado di effettuarla, avendo egli svolto le funzioni di Ispettore generale dei Cappellani delle carceri italiane, ove verosimilmente le notizie concernenti l’abilità di tiro del De Vuono erano diffuse.
Si ricordi, da ultimo, che un’informativa dei Carabinieri datata 5 maggio 1978, e quindi pochi giorni prima della tragica conclusione del sequestro, indirizzata al Sottosegretario agli Interni onorevole Lettieri, riportava che un confidente dei Carabinieri, il 26 aprile 1978 aveva riferito che Prospero Gallinari, accompagnato da un compagno della RAF tedesca (146), si era incontrato il 15 novembre 1977 in un bar di via Appia con un pregiudicato della malavita. Quest’ultimo sarebbe stato un esperto in sequestri di persona e gli sarebbe stata proposta la partecipazione a un eclatante rapimento a sfondo politico.
La data corrisponde a quella dell’inizio della fase di studio e di concreta progettazione del sequestro dello statista democristiano, per il quale probabilmente le Brigate Rosse stavano cercando un supporto logistico.
In conclusione, si può legittimamente ritenere che nell’organizzazione di un’azione che comportava capacità strategiche elevate e una notevole preparazione militare di cui i brigatisti, per loro stessa ammissione, non disponevano, sia stato chiesto ed ottenuto l’apporto, con qualche contropartita, di uno o più soggetti che potevano assicurare la propria esperienza, tanto nell’uso delle armi da fuoco in condizioni difficili, quanto nella gestione dei sequestri di persona. Un apporto facilitato dal fatto che, se fosse verificato il contributo di De Vuono, potrebbe ipotizzarsi un saldo tramite tra la criminalità organizzata e la criminalità politica.
Con quanto esposto non si esaurisce certo, anche in ragione del breve tempo che è stato disponibile per affrontare i quesiti posti dall’attività che la Commissione si era prefissa di svolgere, il macrotema del complessivo comportamento delle Brigate Rosse e delle determinazioni assunte dallo Stato durante i 55 giorni del sequestro Moro. Tuttavia, le riflessioni e gli spunti di conoscenza esposti, letti anche in sinergia con l’attività delle precedenti Commissioni inquirenti, possono consentire di illuminare meglio alcuni dei punti ancora meritevoli di approfondimento e si auspica possano essere di utilità per le indagini ancora aperte presso la Procura e la Procura Generale di Roma. (147)
Fine.
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