Li aveva minacciati di morte: Rosaria Capacchione, coscienziosa cronista “di strada”, e Roberto Saviano. Il boss Francesco Bidognetti, capo del clan camorrista dei Casalesi, infastidito per le loro denunce e rivelazioni, li avrebbe volentieri eliminati. Quando i giudici della Corte d’Assise di Roma hanno letto la sentenza che condanna Bidognetti, Saviano ha abbracciato il suo avvocato ed è scoppiato in un pianto liberatorio: “Mi hanno rubato la vita, mi hanno maciullato”.
La sentenza è stata salutata da molti come un atto di giustizia riparatore. Spiace non condividere questa soddisfazione. Anzi, si è amareggiati.
I fatti risalgono al 2008. Le minacce nei confronti di Capacchione e Saviano risultano in un documento letto in udienza nel corso di un processo; c’era dunque ben poco da indagare e accertare. Era tutto lì, a disposizione di chiunque. Tuttavia, per arrivare a una sentenza (di secondo grado), sono occorsi “solo” diciassette anni!
Interessa relativamente che Bidognetti sia stato assolto o condannato. Conta (e duole) che siano dovuti trascorrere diciassette anni dal fatto. È questo l’aspetto che dovrebbe maggiormente colpire, far riflettere. Sembra invece che sia cosa “normale”.
Capacchione centra la questione: “Questa sentenza racconta l’impresa titanica che bisogna affrontare ogni volta che sei parte offesa in un procedimento. Una lotta esasperante, se non sei forte, rinunci. Rinunci per il tempo sprecato, le giornate perse, i costi sostenuti. Noi siamo privilegiati perché abbiamo una rete di protezione anche legale, ma un cittadino qualunque no…”.
Qualche giorno fa la Commissione europea in un suo specifico rapporto (2025 Eu justice Scoreboard), ha certificato che il tempo medio necessario, in Italia, per ottenere una sentenza definitiva di terzo grado in un processo civile o commerciale è di circa due anni e mezzo: quattro volte la media europea.
Quel rapporto fotografa efficienza, qualità e indipendenza dei sistemi giudiziari dei paesi aderenti all’Unione Europea. L’Italia si piazza al terz’ultimo posto per durata dei processi tra i 25 Paesi monitorati. Peggio di noi fanno solo la Grecia e la Croazia. Una lentezza esasperante che costituisce una vera e propria zavorra che rallenta l’intero Paese: intasa le imprese, scoraggia gli investimenti, logora i rapporti sociali.
Cesare Beccaria nel suo “Dei delitti e delle pene”, sostiene che la giustizia, per essere efficace, deve essere certa e rapida. La certezza della pena, ovvero la convinzione che il reato verrà punito, è più deterrente della sua severità. La rapidità, cioè la prontezza della punizione, rafforza l’associazione tra delitto e pena nella mente umana, rendendo la punizione più efficace. Beccaria critica la lentezza e l’incertezza del sistema giudiziario del suo tempo, evidenziando come queste caratteristiche rendano le pene inefficaci e ingiuste. Afferma che una pena rapida e certa è più giusta e utile perché associa immediatamente il delitto alla punizione, riducendo l’incertezza e i tormenti inutili per il reo.
Il guaio di Beccaria è che è molto citato, pochissimo letto e meditato; e in particolare da chi si assume il compito di fare le leggi e di applicarle. Sarebbe interessante sapere quanti parlamentari, quanti magistrati (e quanti giornalisti) hanno letto Beccaria; e anche un grande giurista e scrittore di cui quest’anno ricorre il cinquantenario della morte: Salvatore Satta. Ci ha lasciato un vero e proprio capolavoro: “Il giorno del giudizio”, che non dovrebbe mancare in ogni biblioteca degna di questo nome. Converrà riparlarne, insistere e ancora insistere.








