Proposta Radicale 32/33 2025
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Saggio

La mia religione

Lev Tolstoi (a cura di Guido Biancardi, tredicesima parte)

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Mafia. La verità sul dossier mafia-appalti

Audizione dell’avvocato Fabio Trizzino

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La mia religione

La mia religione

(a cura di Guido Biancardi, tredicesima parte)

Il circo ci mette un’ora a consumarsi, e bisogna affrettarsi, la gente rischia di non avere il tempo di salvarsi. Ma il mondo brucia già da 1800 anni, brucia dopo che il Cristo ha detto: “Ho gettato il fuoco del cielo sulla terra, e quanto non vedo l’ora che avvampi tutto, e brucerà sino a che gli uomini siano salvi”. Non è per questo che gli uomini esistono, non è per questo che il fuoco brucia, affinché gli uomini abbiano la beatitudine della salvezza? Quando ho compreso questo, ho compreso e creduto che Gesù era non solamente il Messia, il Cristo, ma che era veramente il salvatore del mondo. So che non c’è altra uscita per me né per tutti coloro che, al mio stesso tempo, soffrono in questa vita. So che non esiste per me, non più che per loro tutti altra salvezza che osservare i comandamenti del Cristo che apportano a tutta l’umanità il bene supremo che io possa concepire. Che mi attiri delle noie seguendo l’insegnamento del Cristo, o che io muoia prima, questo non mi fa paura. Può far paura a colui che non vede quanto assurda e funesta sia la sua vita individuale solitaria e che pensa che non morirà. Ma so che una vita che non ha come scopo che la mia felicità individuale e solitaria è un’immensa sciocchezza e che da questa vita stupida avrò una morte altrettanto stupida. È per questo che non posso temere la morte. Io morirò come tutti, come quelli che non osservano i comandamenti del Cristo; ma la mia vita e la mia morte avranno un senso per me e per tutti. La mia vita e la mia morte serviranno la salvezza e la vita di tutti; è precisamente ciò che ci ha insegnato il Cristo.

CONFESSIONE

(opera del 1881, pubblicata in Francia nel 1908, come prefazione a “Critica della teologia dogmatica”). Traduzione, integrale, dal francese, del testo edito l’ultima volta, in Francia, nel 1998 da Pygmalion Gèrard Watelet, Paris).

Fui battezzato e cresciuto nella fede cristiana ortodossa. Questa fede mi fu trasmessa dalla mia infanzia, me l›insegnarono per tutta la mia adolescenza e la giovinezza. Ciononostante, quando, all›età di 18 anni, lasciai l›Università dopo due anni di studio, non credevo più in niente di ciò che mi avevano insegnato.

Da certi miei ricordi, non ci avevo mai creduto seriamente, avevo semplicemente avuto fiducia in ciò che mi si insegnava ed in quel che le persone grandi praticavano alla mia presenza; ma quella fiducia era fragile. Mi ricordo che, quando avevo circa undici anni, un ragazzo morto ormai da molto tempo, Volodenka M., liceale all’epoca, ci aveva annunciato, nella sua visita domenicale, la scoperta che aveva fatta al liceo; si sarebbe detto che si trattasse dell’ultima novità. Aveva scoperto che Dio non esisteva e che tutto quello che ci insegnavano erano invenzioni (eravamo nel 1838). Mi ricordo quanto i miei fratelli maggiori fossero interessati a questa notizia e che essi mi avevano chiamato a prender parte al loro colloquio. Eravamo tutti eccitati, me lo ricordo, ed accogliemmo questo racconto come qualcosa di molto divertente e del tutto plausibile.

Mi ricordo egualmente che quando mio fratello Dmitri, che studiava all’Università, si era improvvisamente abbandonato alla fede con una passione tipica della sua natura, e si era messo a seguire tutti gli uffici, a digiunare,  ed a condurre una vita pura e morale. Tutti noi, e persino i nostri anziani, non smettevamo di prenderci gioco di lui, soprannominandolo Noè, non so bene perché.

Mi ricordo che, invitandoci ad un ballo, Moussine-Pouchkine, tutore all’epoca dell’Università di Kazan, aveva insistito presso mio fratello, che aveva rifiutato il suo invito, facendo valere con un certo tono di canzonatura, che anche Davide aveva danzato d’innanzi all’arca. All’epoca mi sentivo di solidarizzare con queste facezie dei miei maggiori e ne traevo la conclusione che bisognava imparare bene il proprio catechismo, che si doveva andare in chiesa, ma che non si doveva prendere tutto ciò troppo sul serio. Ricordo ugualmente che, da molto giovane, avevo letto Voltaire e che le sue prese in giro non mi avevano scandalizzato; al contrario mi avevano divertito.

Questo rifiuto della fede si era realizzato in me nella stessa maniera in cui si compie da sempre nelle persone che abbiano ricevuto lo stesso genere d’educazione. Mi sembra che succeda nel modo seguente: queste persone vivono come tutti; ora tutti vivono sulla base di principi che non solamente non hanno nulla a che vedere con la fede, ma che sono in contraddizione con essa. La fede non partecipa alla vita, non ci si deve aver a che fare nelle relazioni con gli altri, e, nella propria vita non ci si è mai messi a confronto; questa fede è professata da qualche parte, lontano dalla vita ed indipendentemente da essa. Quand’anche la si incontrasse, sarebbe come se si trattasse di un fenomeno esteriore, nient’affatto legato alla vita.

Non si saprebbe riconoscere dalla vita di una persona, dalle sue opere, e oggi non più d’allora, se essa sia credente o no. Se esiste una differenza fra coloro che confessano ostensibilmente la fede ortodossa e coloro che la negano, essa non va a vantaggio dei primi. Dal tempo della mia gioventù così come oggi, il riconoscimento e la confessione ostentata della fede ortodossa si manifestava il più delle volte da parte di gente ottusa, crudele e persuasa della propria importanza. In cambio, nella maggior parte dei casi è in coloro che si dicono non credenti che si riscontrano onestà, sincerità, bonomia ed alte qualità morali. Nelle scuole si insegna il catechismo e si obbligano gli alunni a frequentare la chiesa. I funzionari sono tenuti a presentare un documento che provi che hanno ricevuto la comunione. Ma un uomo del nostro ceto, che ha terminato la scuola e che non è impiegato nello Stato, può, anche se è più difficile che in passato, vivere molte decine d’anni senza ricordarsi di vivere fra i cristiani e di essere lui stesso considerato come un cristiano ortodosso.

Così, oggi come un tempo, una fede ammessa per fiducia e mantenuta dalla pressione esteriore, si dilegua sotto l’influenza delle conoscenze e delle esperienze della vita che si oppongono a quella confessione, e,  molto frequentemente, l’uomo vive immaginando che questa fede che gli è stata trasmessa dalla sua infanzia sia sempre intatta in lui, mentre, in verità, non ne resta la minima traccia.

S., un uomo intelligente e sincero, mi ha raccontato come aveva cessato di credere. Una sera che era accampato durante una caccia, all’età già di 26 anni, s’era messo a pregare secondo un’abitudine conservata dall’infanzia. Suo fratello maggiore, che era con lui durante quella caccia, l’aveva guardato, disteso su del fieno. Quando S. ebbe finito e si apprestava a stendersi per dormire, suo fratello gli aveva detto: “Lo fai ancora, tu?”.

Non s’erano detti altro. Da quel giorno S. aveva smesso di dire le sue preghiere della sera e d’andare in chiesa. E da trent’anni non prega più, non si comunica più, non va più in chiesa. Non perché, conoscendo le opinioni di suo fratello, vi avesse aderito all’improvviso, né poiché, avesse deciso qualcosa nell’animo suo, ma unicamente perché quelle parole pronunziate da suo fratello furono come un colpo portato ad un muro prossimo al crollo sotto il proprio  stesso peso; come se gli fosse stato semplicemente mostrato che là dove credeva di trovare della fede non c’era, da molto tempo, che il vuoto; e che per questa ragione, le parole che egli pronunziava, i segni di croce e le genuflessioni che faceva mentre pregava, erano atti del tutto gratuiti. Una volta che ne aveva visto il carattere assurdo, non poteva più compierli.

È ciò che è successo, e ciò che accade, credo, all’immensa maggioranza delle persone. Parlo di persone del nostro ceto colto, di coloro che sono franchi con loro stessi, e non di coloro che trasformano l’oggetto della fede in mezzo per raggiungere qualche meta temporanea (questi ultimi sono gli atei più induriti, poiché, se per essi la fede può essere un mezzo per ottenere dei beni di questo mondo, è certo che non si tratta di vera fede). Quelle persone del nostro milieu si trovano in una situazione dove la luce della conoscenza e della vita ha distrutto l’edificio artificioso: gli uni se ne sono già accorti ed hanno fatto piazza pulita, gli altri ancora non lo vedono.

La fede che mi era stata comunicata dalla mia infanzia disparve in me esattamente come negli altri, con questa differenza, che, siccome avevo cominciato dall’età di quattordici anni a leggere opere filosofiche, il mio rinnegare la fede divenne cosciente molto presto. A sedici anni smisi di pregare davanti alle icone, di frequentare la chiesa, e di comunicarmi. Non credevo più in quel che mi era stato tramandato dall’infanzia, ma in qualche cosa credevo. Anche se ero incapace di dire in cosa credevo. Credevo in Dio anche, più esattamente non avevo mai rinnegato Dio, ma non avrei mai saputo dire di quale Dio si trattasse. Non avevo neanche rinnegato il Cristo, né il suo insegnamento, ma non avrei potuto dire di più su che cosa consistesse.

Oggi, quando mi rammento di quei tempi, vedo chiaramente che la mia fede, la sola cosa che guidasse la mia vita fuori dai miei istinti animali, la mia unica vera fede, era credere in un perfezionamento. Ma in cosa consistesse questo perfezionamento e quale fosse il suo scopo, non ne sapevo nulla. Tentai di perfezionarmi intellettualmente, studiai tutto ciò che potei, tutto ciò che la vita mi metteva sul cammino; tentai di perfezionare la mia volontà, e mi fissavo delle regole che cercavo di seguire; mi sforzavo di perfezionarmi fisicamente sviluppando la mia forza e la mia abilità con ogni tipo d’esercizi, creando abitudini alla resistenza ed alla pazienza a mezzo di ogni sorta di privazioni. Consideravo tutto questo come un perfezionamento. Alla base v’era il perfezionamento morale che fu ben presto rimpiazzato dal perfezionamento tout-court, ovvero dal desiderio di divenire migliore, non di fronte a me stesso o di fronte a Dio, ma di fronte agli altri uomini. A questo desiderio di diventare migliore agli occhi degli altri si sostituirà molto presto il desiderio di sorpassare gli altri, di essere più celebre, più importante, più ricco di loro.

Un giorno, racconterò la storia della mia vita, una storia toccante e istruttiva, quella dei dieci anni della mia gioventù. Penso che molte, davvero molte persone abbiano provato la stessa cosa. Con tutte le forze della mia anima, desideravo essere buono; ma ero giovane, avevo delle passioni, ed ero solo, completamente solo nella mia ricerca del bene.

Ogni volta che tentavo di esprimere i miei desideri più cari, al sapere che volevo essere moralmente buono, incontravo disprezzo ed irrisione; ma dal momento che mi dedicavo a passioni vili, mi si lodava, mi si incoraggiava.    L’ambizione, il desiderio di potenza, la cupidigia, la lussuria, l’orgoglio, la collera, la vendicatività, tutto ciò era rispettato.

Quando m’abbandonavo a queste passioni, rassomigliavo ad una persona grande, e sentivo che tutti erano contenti di me. La mia buona zia, un essere dei più puri, che abitava con me, aveva l’abitudine di dirmi che il suo più grande desiderio, era di vedermi legato ad una donna sposata: “Niente forma un giovane come una relazione con una donna come si deve”. Mi augurava un altro bene, quello d’essere aiutante di campo, preferibilmente vicino a Sua Maestà; infine, il colmo della felicità ai suoi occhi era che sposassi una giovane molto ricca e che quel matrimonio mi procurasse il più possibile di schiavi.

Non posso ripensare a quegli anni senza orrore, disgusto e afflizione. Uccidevo degli uomini in guerra, ne provocavo altri a duello con lo scopo di ucciderli. Perdevo denaro alle carte, sprecavo il frutto del lavoro dei mugiki. Punivo questi ultimi, fornicavo, mentivo. La menzogna, il furto, l’adulterio sotto ogni forma, l’ubriachezza, la violenza, l’omicidio… Non esistono crimini che non abbia commessi, e per tutto questo mi si lodava, per tutto questo le persone della mia età mi consideravano e mi considerano ancora come un uomo relativamente morale. Ho vissuto in tal modo per dieci anni.

A quell’epoca, cominciai a scrivere per vanità, cupidigia ed orgoglio. Nei miei scritti, facevo lo stesso che nella vita. Per avere la gloria ed il denaro, che erano il mio scopo, bisognava dissimulare il bene ed esibire il male. Io lo feci. Quante volte non mi sono ingegnato, nei miei scritti, a nascondere sotto un’apparenza di indifferenza ed anche di leggera canzonatura le aspirazioni al bene che costituivano il senso stesso della mia vita. Ottenni ciò che cercavo: mi si portò in cielo.

All’età di 26 anni, dopo la guerra, rientrai a San Pietroburgo e cominciai a frequentare gli scrittori. Mi accolsero come uno di loro, mi incoraggiarono. Prima che avessi il tempo di girarmi, le opinioni proprie all’ambiente delle persone che frequentavo mi divennero famigliari, cancellando completamente tutti i miei sforzi precedenti di diventare migliore. Allo sregolamento della mia vita, queste opinioni offrirono un fondamento teorico che lo giustificava. Secondo la visione del mondo dei miei confratelli, la vita seguiva la propria evoluzione, e noi altri, uomini di pensiero, prendevamo la parte più importante di questa evoluzione; e fra gli uomini di pensiero, i più influenti erano i pittori ed i poeti, cioè noi. La nostra vocazione era di istruire la gente. Ora, per evitare che ciascuno di noi debba confrontarsi con una domanda naturale, del tipo: cosa conosco e cosa posso insegnare agli altri, la teoria spiegava che non v’era bisogno di saperlo, e che il poeta, l’artista insegnavano a loro insaputa. Io ero considerato come un meraviglioso artista e poeta, assimilai dunque del tutto naturalmente tale teoria. Artista, poeta, scrivevo ed istruivo gli altri senza sapere in cosa consistesse il mio insegnamento. Per questo mi davano del denaro, godevo di buona tavola ed avevo un alloggio lussuoso, avevo delle donne, della compagnia; avevo la gloria. Quindi, ciò che insegnavo doveva essere molto buono.

Questa credenza nell’importanza della poesia e nell’evoluzione era una vera fede, ed io ero uno dei suoi preti. Era una posizione piacevole e vantaggiosa. Ho vissuto dunque per lungo tempo confessando questa fede, senza porre in dubbio la sua autenticità. Ma, durante il secondo e, soprattutto, il terzo anno di una vita così, mi sono messo a dubitare dell’infallibilità della mia fede e l’ho sottoposta ad analisi. All’origine di quel dubbio è stato il fatto che avevo notato che tutti i preti di questa fede non erano d’accordo fra loro. Gli uni dicevano: siamo i migliori maestri, i più utili; insegniamo ciò che si deve, gli altri insegnano quello che non si deve. Gli altri dicevano: no, siamo noi i veri maestri, e siete voi ad insegnare cose false. Discutevano, litigavano, mentivano, si ingannavano gli uni gli altri. Per di più, c’era fra noi molta gente che non si preoccupava più di tanto di sapere chi avesse ragione e chi torto, e che semplicemente perseguiva i loro scopi interessati. Tutto ciò mi portò a mettere in causa l’autenticità della nostra fede. Peraltro, una volta che avevo dubitato dell’autenticità della fede degli scrittori, mi sono messo a sorvegliare i suoi preti ed ho potuto convincermi che quasi tutti gli scrittori erano gente amorale ed il più delle volte, cattivi, meschini di carattere molto al di sotto di coloro che avevo incontrato nella mia precedente vita, la mia vita di militare e di bagordi, che essi erano limitati e contenti di se stessi come solo possono essere contenti dei santi o coloro che ignorano cosa sia la santità. Finii per provare disgusto per costoro e per me stesso e capii che stavolta non era un inganno. Cosa strana, sebbene avessi rapidamente percepito la menzogna di questa fede, e l’avessi rinnegata, non rinunziai affatto al titolo che mi era stato dato da questa gente, quello di artista, di poeta, di maestro. Continuai ad immaginare ingenuamente di essere un poeta, un artista e di poter istruire tutti, senza nemmeno sapere quello che insegnavo. È ciò che feci.

La frequentazione di questa gente mi valse un nuovo vizio: un orgoglio morboso ed una pazza certezza quanto alla mia vocazione ad insegnare, senza che sapessi cosa. Oggi, quando mi rammento di quest’epoca, la mia condizione di spirito e quella di queste persone (di loro simili se ne contano a migliaia, anche oggi), provo della pietà, ho paura, poi ho voglia di ridere: sono i sentimenti che si provano in un ricovero per pazzi.

Allora, eravamo tutti convinti che il nostro dovere fosse di parlare, di scrivere, di pubblicare al più presto ed il più possibile, che fosse indispensabile per il bene dell’umanità. Eravamo migliaia che scrivevamo, pubblicavamo, davamo lezioni agli altri, pur criticandoci gli uni gli altri, ciascuno a negare ciò che gli altri dicevano. Lungi dal rimarcare che non conoscessimo nulla, incapaci di rispondere alla domanda più semplice della vita, ciò che è bene e ciò che è male, parlavamo tutti assieme, senza ascoltare gli altri; a volte ci mettevamo a adularci, a lodarci vicendevolmente, ciascuno nella speranza di essere adulato e lodato a sua volta, ma a volte, ciascuno, indispettito, cercava di gridare più forte degli altri; esattamente come avviene in un ricovero per pazzi.

Migliaia di operai lavoravano a più non posso, giorno e notte, stampando migliaia di parole che la posta trasportava attraverso la Russia intera, mentre dispensavamo il nostro insegnamento all’infinito, senza arrivare a trasmettere qualsiasi cosa, infuriati di non essere ascoltati abbastanza. È terribilmente strano, ma oggi comprendo che il nostro vero obiettivo, nascosto nel fondo del nostro cuore, era di ricevere il più possibile di denaro e d’onori. Ora, per conquistarlo, eravamo incapaci di fare altro che scrivere dei libri e degli articoli di giornale. Questo facevamo, dunque. Perseguire un’attività così futile pur essendo persuasi di essere persone importanti richiedeva una giustificazione. Era stata inventata la formula: tutto ciò che è reale è razionale. Ora tutto ciò che è reale, evolve.

(segue. Le precedenti parti di questo saggio sono pubblicate sui numeri precedenti “Proposta Radicale”)

Mafia. La verità sul dossier mafia-appalti

Mafia. La verità sul dossier mafia-appalti

Audizione dell’avvocato Fabio Trizzino

3 maggio 1992: vicino Capaci con una carica di tritolo, RDX e nitrato d’ammonio, vengono uccisi Giovanni Falcone, la moglie del magistrato, gli uomini della scorta. 19 luglio 1992: a via D’Amelio a Palermo vengono uccisi Paolo Borsellino, magistrato e fraterno amico di Falcone, e la sua scorta. Stragi mafiose, attribuibili alla cosca che faceva capo a Totò Riina. Una chiave di lettura non a caso inedita, giudiziariamente affossata, giornalisticamente trascurata, è quella raccontata in quattro libri: M.M., in codice unico del generale Mario Mori; La verità sul dossier mafia-appalti, sempre di Mori e del colonnello Giuseppe De Donno; Ho difeso la Repubblica. Come il processo trattativa non ha cambiato la storia d’Italia, di Basilio Milio; La strage. L’agenda rossa di Paolo Borsellino, di Vincenzo Ceruso.

Chiavi di lettura che hanno trovato uno sbocco istituzionale-parlamentare. La commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia, ha ascoltato l’avvocato Fabio Trizzino, che rappresenta i tre figli di Paolo Borsellino, Fiammetta, Lucia, Manfredi e Lucia. Audizioni integralmente trasmesse da Radio Radicale. Proposta Radicale dal n.16-17 ha cominciato a pubblicare gli stenografici di queste sedute, non per caso ignorate dalla grande informazione e da buona parte dei “professionisti dell’antimafia”. Quella che segue è la settima puntata.

 

Seduta di lunedì 2 ottobre 2023. Testo del resoconto stenografico

Avv. Fabio Trizzino (legale dei figli di Paolo Borsellino, Fiammetta, Lucia, Manfredi): “Arriva il momento in cui Falcone deve assegnare i procedimenti, è l’unico residuo esercizio di potere che rimasto a quell’uomo all’interno della Procura. Dà il primo processo a Vittorio Teresi, a carico di un certo La Licata, ricorda la Sabatino; a un certo punto, mentre sta per passare alla seconda assegnazione e fa il nome del colonnello Russo, Giammanco interrompe la seduta e dice: «No, qui tu non assegni niente, andiamo per ordine di tavolo, anzi questo me lo fa Enza». Falcone viene umiliato dal suo Procuratore davanti a tutti, gli viene tolto il potere di assegnare i fascicoli. Falcone tace, e il suo tacere ve lo spiega la sorella Maria nel verbale della Commissione del CSM del 30 luglio 1992. Lui è distrutto, non è più disposto a iniziare un altro caso Palermo come nel 1988 perché non può competere con gli appoggi politici di Giammanco. Sono elementi che, a quanto ne so, non sono entrati nei processi sulla strage a Capaci. Questo è il vulnus che io denuncio in questa sede.  Vedete come ogni dettaglio è importante ai fini della definizione del contesto di quello che accade in quelle situazioni.

La Sabatino dice che non poteva dire di no perché aveva letto il «maxi uno» in cui si parla di questo omicidio, che nel rapporto viene collegato, come quelli di Basile, dei poveri capitani Bommarito e Morici, uccisi nel giugno del 1983, alle indagini che Russo, Basile, Taleo, Bommarito e Maurici fanno su mafia-appalti, in particolare sulla Litomix Costruzioni S.r.l. dei Brusca di San Giuseppe Jato. Tutto viene ricostruito nel rapporto del ROS del 1991.

Enza Sabatino prende il fascicolo e legge l’annotazione di Falcone: «Mi ha umiliato davanti a tutti, io me ne vado». Lei dice: «Guardate che è vero, io non voglio andare contro Giammanco, sono qui solo ad attestare l’autenticità dell’annotazione riferita da Giuseppe D’Avanzo, perché questo episodio l’ho vissuto, ho visto la faccia di Falcone, come è stato umiliato davanti a tutti». Poi c’è Teresa Principato: racconta nel verbale che, dopo quella riunione, Falcone pronuncia quelle frasi.

Dimenticavo che nel rapporto è indicato anche l’altro omicidio importante, quello del giornalista Mario Francese: muore nel gennaio 1979 perché riconnette la scalata dei corleonesi al potere mafioso anche attraverso l’infiltrazione nel sistema degli appalti. Francese fa un’indagine straordinaria: anche lui sacrifica la vita per noi, anche lui tocca il punto centrale per cui la mafia spara e ammazza: gli interessi economici. Cosa dice D’Avanzo in questo articolo? Evidenzia in un virgolettato questa annotazione: «Controversia che Falcone ingaggiò con Giammanco dopo che il Nucleo speciale dei carabinieri consegnò in Procura il rapporto su mafia-appalti, un lavoro certosino, durato anni, che raccontava come tutti gli appalti di Palermo passano attraverso la mediazione di Angelo Siino, titolare di una concessionaria d’auto, un uomo fidato dei corleonesi. Falcone valutò il rapporto con grande attenzione, Giammanco e i suoi sostituti più fidati con scetticismo, anzi con scherno,tanta carta per nulla, in questo rapporto non c’è scritto niente che meriti di diventare un’inchiesta giudiziaria, disse uno dei fedelissimi di Giammanco”».

Vi rendete conto che abbiamo annotazioni sicuramente successive al deposito dell’informativa, ma di queste però non abbiamo alcuna evidenza sotto il profilo di una riscontrabilità, come invece hanno quelle che vi ho letto e sono state depositate e allegate al verbale del 25 giugno 1992 della giornalista Milella alla Procura della Repubblica di Caltanissetta. La cosa interessante dell’audizione della dottoressa Sabatino è che Borsellino le chiese di ricordargli nuovamente questo episodio di cui all’annotazione – lo dichiara la Sabatino – perché dice che Paolo poi la chiamò per sapere delle due annotazioni che lo riguardavano e volle sapere di quella dell’umiliazione di Falcone, e quella a cui ho fatto riferimento prima; sollecitazione che poi è fatta anche al capitano De Donno, con riferimento a un’indagine relativa ai piani integrati del Mediterraneo che doveva chiudersi perché c’era il rischio che la Regione perdesse i fondi europei di circa 50 miliardi, legati appunto a questi piani integrati del Mediterraneo.

Non devo dirvelo io, ma ne sono convinto, la Sabatino dice che doveva fare l’indagine e che a lei non interessava se interveniva il presidente della Regione Sicilia. «Io devo fare l’indagine», perché l’autonomia della magistratura è questa. Giammanco arriva a dire: «Che cosa c’è di male se eventualmente io mi faccio latore delle esigenze del governo regionale?».

No: c’è di male secondo me, e questo poi rimanda a un capitolo fondamentale: quello dell’amicizia fortissima di Giammanco con D’Acquisto e quindi con Salvo Lima.

Antonio Ingroia ci dirà che sostanzialmente Borsellino a Marsala gli confida: «Guarda che Giammanco è un uomo di Lima». Dopo l’assassinio di Lima un magistrato, credo Ingroia, Sabatino o Principato, lo troverete nei verbali, dice, un’ora dopo l’assassinio, che dietro la porta del procuratore a bussare ed entrare c’era D’Acquisto. Questo era l’andazzo nella Procura della Repubblica retta da Giammanco, è inutile che ci giriamo attorno, quello che noi denunciamo è che non si sia mai ritenuto di chiedere conto e ragione in nessuna sede; e questo è inaccettabile.

Una rapida precisazione sulla testimonianza del dottor Russo e della dottoressa Camassa con riferimento alla famosa espressione: «Un amico mi ha tradito, qui è un nido di vipere», riferita all’ufficio della Procura. Tra le due dichiarazioni vi è contrasto non sul contenuto delle confidenze di Borsellino – questo mi sembra importante – ma sulla data in cui questo incontro sarebbe avvenuto. Il giudice del processo Borsellino-quater abbreviato, sentenza definitiva in Cassazione, come sempre si fa, mette a confronto le due versioni e, sulla base di una serie di deduzioni di ordine logico, propende per la tesi della dottoressa Camassa che parla di ultima settimana del mese di giugno, in cui sarebbe avvenuto questo incontro; mentre il dottor Russo lo colloca nella prima quindicina del mese di giugno.

Oggi, in questa lunga opera di ricognizione e rivisitazione del materiale in atti, mi sono soffermato su un altro dettaglio e cioè su una dichiarazione proprio della dottoressa Camassa che non avevo valorizzato a sufficienza io stesso, come riportata nella sentenza a cui facevo riferimento, dalle pagine 343 e seguenti. Si tratta di uno dei motivi per cui la dottoressa Camassa riconnette l’incontro all’ultima settimana di giugno e che finalmente è riuscita a ottenere un colloquio con Borsellino per organizzare la festa di addio alla procura di Marsala, avvenuta il 4 luglio del 1992: «Ricordo in particolare che in occasione della festa del 4 luglio, incontrai il maresciallo Canale il quale, come del resto aveva fatto in precedenza, ebbe a confidarmi che a suo avviso il dottor Borsellino si fidava troppo dei vertici del ROS, facendo il nome dell’allora colonnello Mori e del generale Subranni, sostenendo che si trattava di personaggi pericolosi, senza precisare altro. La cosa mi colpì perché parlando con Paolo in precedenti occasioni, avevo maturato la convinzione che egli avesse ottimi rapporti con il generale Subranni. Intendo dire rapporti che esulavano le semplici relazioni d’ufficio».

Qual è la deduzione che io faccio? Atteso che Borsellino conosceva solo di vista Mori e non aveva rapporti con lui, ma aveva con Subranni rapporti di lavoro e stima reciproca; atteso che con Mori e De Donno, Canale non ebbe mai a collaborare; atteso che egli fu incaricato di organizzare l’incontro e atteso che Borsellino lo tenne fuori dalla porta, non partecipando cioè all’incontro, questa confidenza è avvenuta dopo il 25 giugno del 1992.

Il 26, 27 e 28 siamo a Giovinazzo; quindi sicuramente l’incontro è avvenuto nell’ultima settimana, prima della festa del 4 luglio. Resta il dato obiettivamente sancito in una sentenza definitiva che l’incontro è avvenuto il 29 giugno del 1992, quella famosa giornata in cui ci mancava solo la crocifissione per Borsellino, giornata pesantissima di cui ho dato conto nel corso della precedente audizione.

Arriviamo al 30 di giugno: qui abbiamo, secondo me, la collaborazione incipiente, ma tra le più importanti in assoluto: attraverso l’interrogatorio di Messina, boss di San Cataldo e uomo di fiducia del capo mafia nisseno Piddu Madonia, Borsellino apprende due cose fondamentali contenute nei verbali del 30 giugno e del 1 luglio.

Apprende che rispetto al tempo in cui viene interrogato, Messina dice che tre mesi e mezzo prima c’era stata la riunione della Commissione regionale. Borsellino in quel caso capisce che è morto perché la Commissione regionale è nel territorio di Enna, un territorio trascurato sotto il profilo del controllo del territorio da parte delle forze di polizia. All’interno dell’interrogatorio troverete fondamentalmente tutti i passaggi di cui parla Messina, ma il significato di quella riunione regionale Borsellino lo capisce: c’è una strategia criminale in corso, decisa ai più alti livelli.

Vedremo che le risultanze processuali successive, finanche nel processo a Matteo Messina Denaro, dimostrano che l’ossequio alle regole era semplicemente formale, ma chi decide la strategia di attacco sono Riina e i suoi fedelissimi, che costituiscono la cosiddetta super-Cosa. Questo è un punto chiave: i collaboratori di giustizia ci dicono che dell’accelerazione dell’esecuzione della strage di via D’Amelio Riina si assume in proprio la responsabilità: si limita, così come richiedono le «regole» dell’organizzazione, a contemplare, in vista della inevitabile reazione statuale, il fatto che bisogna togliere di mezzo amici e nemici, l’istanza vendicativa; ce lo dice Giuffrè: «Io da quella riunione del dicembre 1991 mi si è alzato il gelo, però in cuor mio ero felice perché finalmente dopo anni in cui subivamo colpi dallo Stato, grazie a Falcone e Borsellino, finalmente si era deciso che a questi bisognava fargliela pagare».

Quindi si accredita l’istanza vendicativa a tutta l’associazione. Questo atteggiamento del Riina va messo in connessione con le dichiarazioni di Giovanni Brusca. Quando quest’ultimo nel 1998 comincia a svelare il disegno economico egemonico nel mondo degli appalti di Riina, dice una cosa che, dal mio punto di vista, è estremamente significativa: il gruppo della super-Cosa Nostra comprende Messina Denaro, Giuseppe e Filippo Graviano, Biondino, uomini che poi sono quelli che realizzano sul “campo” le stragi.

Brusca dice che, nel disegno che doveva portare la sostituzione di Siino e Salamone con Bini, uomo della Ferruzzi, nel “tavolino”, si era deciso di fare una tangente sulla tangente, lo 0,8, che spettava ai politici: doveva andare alla cassa dell’organizzazione; però cosa aggiunge Brusca? «Noi questo non lo abbiamo detto ai membri della Commissione». Come vedete il Riina che decide la strategia stragista, è il Riina che si comporta da vero dittatore e fa passare le informazioni che dice lui.

Quando vi dicevo che l’accelerazione dell’esecuzione della strage non ha alcun interesse nell’ottica per esempio del «partito dei carcerati» e dell’organizzazione, vi rappresento che Riina è un uomo ormai in pieno delirio di onnipotenza, ma è costretto a stringere le fila attorno a sé, portandosi i fedelissimi perché non è riuscito a mantenere una sola delle sue promesse che il «partito delle carceri» e tutta l’organizzazione si aspettavano: annullare gli ergastoli del maxi-processo, cadere il “teorema” Buscetta… non riesce a fare niente, e chi si è messo di traverso? Falcone, e il presidente della Cassazione Antonio Brancaccio, con il sistema della rotazione, secondo cui il processo non andasse alla solita prima Sezione, dove c’erano certi magistrati che cercavano i cavilli dei cavilli dei cavilli…

Quindi Riina ha un problema interno di leadership minata. La missione romana la Corte di appello di Catania del 2006 la considera una sorta di missione iocandi causa, la definisce una sorta di missione fatta più per gioco. Quando oggi abbiamo celebrato il processo Messina Denaro, abbiamo quantificato l’esplosivo trasportato, di armi esportate, l’organizzazione logistica a Roma, per ammazzare Falcone… ma quale iocandi causa? Siccome fuori dal proprio territorio Messina Denaro, Sinacori, Brusca e Graviano erano come pesci fuor d’acqua – figuratevi che sbagliarono la trattoria dove si doveva trovare Falcone per ammazzarlo con un’azione di killeraggio! – a un certo punto, nel marzo del 1992, Riina dice: «No, la dobbiamo fare qua!»; vuole dare un segnale anche alla sua organizzazione: guai a chi si permette di scalarmi perché sono in difficoltà, vi dimostro cosa so fare ancora, quanto è forte quella parte di organizzazione di fedelissimi che mi sta accanto. Non solo, ma Palermo, secondo il vecchio paradigma del luogo capace di assorbire tutti i colpi più tremendi delle tragedie di mafia, Palermo stavolta non poteva assorbire due stragi di quel tipo.

Era impossibile, era visionario, era un folle! Solo un folle poteva pensare che non ci sarebbe stata una fortissima reazione della società civile!

Quindi Riina ha un problema all’interno. Guai a chi si permette di pensare che la sua leadership. Ce ne rendiamo conto dalle frasi di Raffaele Ganci, fedelissimo di Riina, che dice a Salvatore Cangemi: «Questo ci consuma a tutti». Ecco perché la strage di via D’Amelio non ha senso nell’ottica dell’organizzazione pura e semplice di Cosa nostra; tanto è vero che Brusca ci dice che doveva uccidere Calogero Mannino, comincia già ad organizzarsi, poi, proprio facendo i calcoli in relazione alla collaborazione dice che era pronto a metà giugno; e «mi dicono di lasciare perdere e cambiano obiettivo».

In più, Borsellino si dà da fare; magari questo incontro ha suscitato molta attenzione e molta paura, nel frattempo i ROS o, meglio, De Donno parla con Vito Ciancimino, il che può essere stato visto anche come un’ulteriore dimostrazione che sono su una certa pista, perché De Donno è l’estensore del rapporto. Ciancimino non sappiamo se ha riferito a qualcuno che De Donno lo aveva cercato. De Donno parla con la dottoressa Ferraro della necessità di questa azione info-investigativa volta a far pentire Ciancimino che era ben inserito nel sistema degli appalti (questa è la mia opinione), e anche avere probabilmente notizie; Mori sembra che lo abbia incontrato il 5 agosto, ma sinceramente per me il processo-trattativa, nel momento in cui è stato scritto che Borsellino non conosceva «mafia-appalti», nasce sulla base di un presupposto errato.

Abbiamo quindi una serie di allarmi. Riina in quel momento, lo dice Brusca, è nel pieno della sua scalata al “tavolino”. Le cose stavano andando molto più velocemente in un’altra direzione e cioè nel protagonismo di Buscemi, di Bini e delle società del gruppo Ferruzzi che erano in cointeressenza con Riina.

Chi glielo dice a Borsellino? Glielo dice Messina. Dice: «La Calcestruzzi S.p.A. è di Riina». Qui arriviamo alla famosa archiviazione del giugno del 1992. Questa, dal mio punto di vista, è una pagina difficile da definire. Si ha la smagnetizzazione e la distruzione di brogliacci di un’indagine proveniente da Massa Carrara in cui un sostituto procuratore, Augusto Lama, è riuscito, con un’attività di indagine molto seria durata più di un anno, a dimostrare le attività di scambio, di cointeressenze, di incorporazione e fusione tra società del gruppo Ferruzzi e società direttamente riconducibili a Nino Buscemi.

Brusca ci verrà a dire che Buscemi godeva all’interno della Procura della Repubblica di un certo appoggio da parte di un certo magistrato. Oggettivamente. Le conclusioni raggiunte il 13 luglio del 1992 su Buscemi francamente sono difficili da interpretare, vista l’enorme massa di documentazione e di informazioni. Ricordate Salvatore Montalto? Uomo di Salvatore e Nino Buscemi. Poi c’è Gaspare Mutolo, collaboratore di giustizia di fondamentale importanza. Ecco perché Borsellino non doveva parlare con lui. Mutolo è quello che finalmente spiega innanzitutto il tradimento avvenuto all’interno della famiglia di Inzerillo da parte appunto di Salvatore Buscemi, Bonura, Carollo e Montalto Salvatore ed esprime invece qualche dubbio sul figlio Montalto Giuseppe.

Ci sono contrasti tra diversi collaboratori, ma quello che conta è che noi già nel 1992 abbiamo delle indagini che statuiscono l’esistenza di una grande cointeressenza di interessi tra “famiglie” mafiose e gruppi di imprese nazionali: la Serafino Ferruzzi, una delle più importanti imprese di rilevanza nazionale; per non parlare di quelle altre contenute dentro il rapporto, la Tor di Valle, la Gambogi costruzioni S.p.A., la CISA, la Lodigiani, la Torno.

Rinvio alla lettera di trasmissione che vi allegherò, con la precisa e puntuale descrizione con cui il procuratore Lama riesce a dimostrare, con il nucleo della Guardia di finanza e dei Carabinieri, il livello delle cointeressenze fra le aziende della famiglia di Passo di Rigano e Riina e la Ferruzzi; ma sarà ancora più importante Mutolo nel 1994 quando racconta di Pizzo Sella e il fatto che la CISA del gruppo Ferruzzi controllava la CISA di Cataldo Farinella, citata nel rapporto mafia-appalti; queste trasformazioni, incorporazioni e holding di controllo sono tutte indicate nel rapporto. La CISA di Cataldo Farinella, ma soprattutto la CISA nazionale è quella che porta avanti i lavori di Pizzo Sella, perché l’ingegner Bondì non è più in grado di gestirli. Pizzo Sella è un territorio che proveniva da Rosa Greco, che era la sorella di Michele Greco, e il cognato Notaro era l’intestatario della società Solaris che gestiva Pizzo Sella.

La stessa Procura di Palermo riuscirà a dimostrare nel 1997, allorché proporrà delle misure di prevenzione nei confronti del Buscemi, che un notaio lo stesso giorno in cui Ferruzzi interviene, stipula due passaggi da Solaris a Bondì e da Bondì alla Generali Impianti controllata da Ferruzzi e dai Buscemi.

Per evitare che l’acquisto derivasse immediatamente dalla Solaris di Michele Greco fanno nello stesso giorno un atto notarile di passaggio delle quote da Solaris a Bondì e da Bondì alla Generali Impianti, controllata da Buscemi e dal management della Ferruzzi, cioè Sironi, Visentin, Panzavolta e Bini. Trovate tutto nel provvedimento relativo al procedimento n. 113/97, misure di prevenzione, con cui la Procura di Palermo chiese giustamente la assoggettabilità alle previsioni di cui alla legge sulle misure di prevenzione di una serie di beni della famiglia di Nino Buscemi, in particolare. Lì è spiegato tutto quello che ho detto per sommi capi. Il dato che conta è che già al momento in cui il rapporto è stato depositato, si capiva che, grazie anche alle carte provenienti da Massa Carrara, che vengono trasmesse nell’agosto del 1991, si crea il procedimento all’interno del quale abbiamo la richiesta di archiviazione del primo giugno 1992, accolta il 19 giugno del 1992 dal giudice Grillo, e poi il 25 giugno si ha il provvedimento di distruzione dei brogliacci.

Ma cosa c’era in quei brogliacci? Borsellino apprende da Leonardo Messina che la Calcestruzzi era in mano a Riina; e cosa aveva dimostrato Augusto Lama? Questo aveva dimostrato! Queste cointeressenze su input di Raul Gardini, e subisce un procedimento disciplinare; è andata così.

 ndiamo a vedere storicamente chi era Gardini negli anni Ottanta. Vi rimando alla lettura del provvedimento sui mandanti occulti-bis del 2003 in cui la Procura di Caltanissetta dice che a quel punto anche il suicidio di Gardini andava visto in un certo modo. Lorenzo Panzavolta era il vero ras della Calcestruzzi, ex partigiano nella Resistenza, l’unico che dava del tu a Ferruzzi, che poteva considerarsi un primus inter pares nel rapporto con Ferruzzi. Panzavolta era spregiudicato, Bini ancora di più, e quando Lama nel 1994 interrogherà il tesoriere in Svizzera della Serafino Ferruzzi S.p.A., gli dice che attraverso la liquidazione di alcune società della Ferruzzi che si occupavano dello sfruttamento delle cave delle Alpi Apuane, «attraverso i soldi che abbiamo ricevuto dai mafiosi, fondamentalmente questo, siamo riusciti a liquidare i debiti del gruppo e una parte di quella provvista è finita al conto Gabbietta di Primo Greganti».

Sono atti pubblici, sono testimonianze. Colui che si è reso protagonista di questa archiviazione e della distruzione dei brogliacci – proprio perché io faccio nomi e cognomi – è Natoli, che è da considerarsi un amico di Borsellino. Però questo a noi non torna, a me non torna, come avvocato, prima ancora che come cittadino. Non mi torna. Non si distruggono, non si smagnetizzano bobine, quando si ha a che fare con indagini di mafia, perché la lettera di trasmissione di Lama riguardava un collegamento per mafia. Io sto inviando gli atti a Palermo perché, così come mi è stato dichiarato da Buscetta, da Mannoia e da Calderone, qui ci sono profili di partecipazione ad associazione mafiosa di soggetti che stanno qui a Massa Carrara a incunearsi nelle imprese della Ferruzzi.

Voi mi chiederete perché la mafia a un certo punto individua le imprese della Ferruzzi. C’è uno scambio. Salvatore Buscemi ha paura che il suo enorme patrimonio derivante dal traffico delle sostanze stupefacenti venga sequestrato e sottoposto a misure di prevenzione, e quindi ha bisogno della faccia pulita.
Questo lo dichiarano sia Bini che Panzavolta. Era la necessità, appunto in quella logica di potere, di sedersi al «tavolino», visto che il sistema sta crollando, non c’è più bisogno del «politichetto» che controlla l’opinione pubblica, perché ormai l’opinione pubblica si sta sganciando, per fortuna, per diversi motivi, l’ho spiegato l’altra volta.

Bisogna arrivare al «tavolino» dove si fanno le scelte, nel rapporto evidente che gli imprenditori vanno a Roma a chiedere finanziamenti, ti do questo, ti do quello, facciamo questo, facciamo quello, tutto il «magna magna» a scapito di chi? Nostro, del nostro futuro, del nostro futuro che è il nostro presente. E per questo si ammazza, eccome se si ammazza, se c’è qualcuno che ti vuole fermare! Eccome se si ammazza, quando hai poi qualcuno sul campo che ha un esercito, e che ha le esigenze che aveva Riina in quel momento, sia di fronte alla sua organizzazione sia di fronte al suo potere egemonico di arrivare in alto.

Questa è l’idea che ci siamo fatti noi: “Follow the money”, quello è il vero problema della mafia. E vedi caso è il momento in cui si creano le condizioni perché quella parte degenerata dello Stato – nessuno lo nega che la strage di Borsellino e di Falcone non sia una strage di Stato – ma cambiano i paradigmi interpretativi. È un sistema che teme l’azione dei magistrati e li ammazza. Non siamo più negli anni Settanta, quando c’erano i ragazzi che morivano in nome del comunismo, in nome del fascismo.

L’Italia degli anni Novanta è un’Italia diversa, che ha deciso di mettersi sul mercato. La sostenibilità del debito pubblico italiano non derivava più da una gestione domestica, noi negli anni Novanta, prima delle stragi di Falcone e Borsellino, abbiamo deciso di mettere il nostro debito pubblico a disposizione dei grandi fondi mondiali. Il nostro giudizio ormai non dipendeva dalla politica domestica di questo o di quell’altro.

La Banca d’Italia non acquistava più il debito pubblico. Le banche di interesse nazionale, le grandi banche, finché hanno potuto, hanno acquistato il debito pubblico, ma a un certo punto, visto che non ce la si faceva più, bisognava – e abbiamo fatto questo – misurare la nostra sostenibilità, come potenza economica, come fanno tutti i Paesi normali, cioè, mettendo sul mercato il nostro debito pubblico e investire sul nostro Paese, se siamo credibili. Questa era l’Italia in cui si stavano svolgendo le stragi. Non c’erano ragazzi che si uccidevano come negli anni Settanta perché c’era l’assalto alla sede del PCI o del MSI.

Chiudo questo capitolo perché intanto trovate tutto nelle fonti che vi ho citato, queste sono le fotocopie del documento in cui si ordina la distruzione. Vedrete scritto a penna «distruzione dei brogliacci», cioè una cosa personalmente mai vista… Con questo chiudo, perché dovremmo iniziare a parlare di mafia-appalti e sinceramente non sarei in grado in termini di lucidità, visto che avrei bisogno ancora di un paio d’ore”. 

7) Segue.

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